Il Tirreno

Prato

Medico condannato per una visita non gradita

Paolo Nencioni
Un'aula di tribunale (foto d'archivio)
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Un'aula di tribunale (foto d'archivio)

Prato, uno specialista di medicina sportiva è stato denunciato da una calciatrice per un accertamento ginecologico. La Cassazione: «Ha fatto manovre illecite» 

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PRATO. Una visita ginecologica non gradita è costata la condanna a 10 mesi di reclusione per violenza sessuale a carico di un medico sportivo di Prato, Ezio Truppa, di 65 anni. La condanna è stata confermata dalla Corte di Cassazione dopo che la stessa corte aveva rinviato alla Corte d’appello di Firenze una precedente sentenza di condanna.

In sostanza al medico, che a Prato lavora nell’ambulatorio di medicina dello sport degli Studi medici Life di viale della Repubblica ma anche alla Pubblica Assistenza di Campi Bisenzio e a Bagno a Ripoli, è stato contestato di aver sottoposto a una visita ginecologica «inappropriata e oltremodo invasiva» una giovane calciatrice professionista che si era rivolta a lui per avere il rilascio del certificato di idoneità sportiva e agonistica.

I fatti risalgono al 2010 e si sono svolti nell’ambulatorio di Bagno a Ripoli. I supremi giudici non hanno mancato di sottolineare come il medico non avesse alcuna competenza ginecologica e pertanto il suo comportamento non era in alcun modo riconducibile «nell’ambito di una lecita attività clinico terapeutica» per cui era da escludere la «liceità delle manovre praticate», oltre al «manifestato dissenso della vittima al compimento degli atti», e alla circostanza che ancora prima di visitare la donna il medico aveva già provveduto a rilasciarle in certificato.

La versione del dottor Truppa è molto diversa. Raggiunto al telefono nel suo ambulatorio, spiega: «La donna che mi ha denunciato aveva 24 anni all’epoca dei fatti e non è vero che abbia rifiutato la visita, anzi era consenziente. Per me era tutto a posto, ho anche scritto le prescrizioni mediche sulla mia carta intestata. Solo dopo un anno ho saputo che mi aveva denunciato»

Secondo la sentenza emessa nel 2016 dalla Corte di appello di Firenze, invece, era da escludere «l’adeguatezza della condotta professionale del medico, confermando il connotato di eccentricità di essa rispetto allo scopo della visita» anche perché se il medico «avesse ravvisato l’esistenza di una patologia di tipo ginecologico, avrebbe dovuto prescrivere i relativi accertamenti e, solo all’esito di essi, formulare il proprio giudizio sull’idoneità della paziente».

«L’uomo al contrario – rileva il verdetto 13339 della Cassazione – aveva dimostrato una estrema leggerezza nell’apporre l’attestazione di idoneità ancora prima di procedere alla visita, salvo poi applicare una particolare “pignoleria” per indagare la presunta patologia ginecologica della ragazza». Per gli “ermellini”, l’imputato ha agito con abuso di autorità, dal momento che la vittima si trovava in condizione di soggezione per inesperienza e per timore di non avere il certificato (che però, come detto, era già stato consegnato). L’abuso di autorità, ricorda il verdetto, insieme alla violenza e alla minaccia, ricomprende “qualsiasi forma di “supremazia”, sia essa pubblica o privata, di cui chi agisce abusi per costringere il soggetto passivo a compiere o a subire atti sessuali».

«Io sono un medico chirurgo - ribatte il dottor Truppa - e in quanto medico ho le competenze per capire se c’è un problema e tentare di risolverlo. Nel caso specifico c’era un problema di natura ginecologica e ho ritenuto di proporre la visita. Evidentemente la giovane ci ha poi ripensato. In ogni caso, che posso dire? È una sentenza definitiva e come tale va accettata».


 

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