Il Tirreno

Prato

Emmaus, quarant'anni di solidarietà

Azelio Biagioni
La comunità Emmaus di Castelnuovo (foto Sproviero-Batavia)
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La comunità Emmaus di Castelnuovo (foto Sproviero-Batavia)

La comunità di Prato che ha sede a Castelnuovo festeggia la ricorrenza con una serie di iniziative che dureranno un anno

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PRATO. Festeggia quarant’anni la comunità di Emmaus a Prato. E lo fa con un anno di iniziative che si terranno presso la sede a Castelnuovo, nelle varie realtà che sono nate in seno alla comunità e che si trovano in diverse zone della città ma non solo: perché saranno interessati anche altri luoghi. Visite guidate, spettacoli teatrali, veglia per la pace, conferenze, presentazioni di libri da adesso fino a dicembre. Era il 1978 quando Emmaus mette radici in città.

Jean Paul Corpataux, che incontra a Ginevra l’Abbé Pierre fondatore del movimento, dopo un periodo ad Arezzo arriva a Prato e insieme a don Alessandro Cecchi inizia l’esperienza della comunità. E in città venne anche l’abbé Pierre. Prima la comunità era al Soccorso, poi alla Caserane e quindi a Castelnuovo. Quella castelnuovese è una comunità maschile dove attualmente vivono una quindicina di persone. Il responsabile, come detto, è Corpataux, che lì vive insieme alla moglie.

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“Qui – dice – sono cresciuti anche i miei otto figli e tre di loro abitano ancora con noi”. La moglie di Jean Paul, la signora Morena, sintetizza bene il concetto di Emmaus: “E’ un incontro di persone, facciamo vita semplice e realizziamo la vita di ogni giorno, non per arricchirci ma per ridare agli altri”. La comunità vive del proprio lavoro, come con il mercatino che è noto in tutta la città. Vengono rivenduti mobili e tutta l’oggettistica ritirata da cantine e soffitte e da chi deve svuotare casa. Le cose che invece non sono funzionanti vengono smontate pezzo per pezzo, facendo quindi una selezione dei vari materiali che vengono inviati al recupero. “Quello che ci resta – spiega il responsabile – lo doniamo agli altri”.

Negli spazi di Emmaus c’è il rispetto dell’altro, per l’individuo che arriva e che cerca accoglienza. Ognuno con una sua storia. Come Roberto, a Prato da diversi anni che dice “Il mio posto è questo”. Oppure Guido, un’altra storia alle spalle. E’ lui l’autista di Emmaus. “Qui – afferma - ti danno l’opportunità di ripartire, di ricominciare a vivere. E quanti vivono con me li chiamo compagni di lavoro, perché quello che mangi te lo guadagni”.

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