Il Tirreno

Prato

Teresa Moda, le motivazioni della Cassazione: "Trattamento disumano"

Le sorelle Lin all'uscita dal Tribunale dopo la condanna di primo grado nel 2015
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Le sorelle Lin all'uscita dal Tribunale dopo la condanna di primo grado nel 2015

I giudici della suprema corte hanno reso definitive le pene inflitte alle sorelle Lin, che nel frattempo sono tornate nel loro paese

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PRATO. Gli imprenditori stranieri che hanno attività produttive in Italia, dove impiegano lavoratori, hanno il dovere di rispettare le norme sulla sicurezza e contro gli infortuni anche nel caso in cui la produzione avvenga in fabbriche, capannoni o locali presi in affitto e già in cattive condizioni. Lo sottolinea la Cassazione nelle motivazioni di conferma delle condanne, scontate di un terzo per il rito abbreviato, nei confronti delle sorelle Lin Youlan Lin e Lin Youli, responsabili della morte di sette operai della confezione Teresa Moda andata a fuoco a Prato il 1° dicembre del 2013, nel più grave incendio verificatosi nel distretto pratese del tessile. Le sorelle Lin, difese dall'avvocato Gabriele Zanobini, hanno sostenuto di aver affittato il capannone in pessimo stato e di non conoscere la lingua e le leggi italiane, ma la tesi non ha convinto i supremi giudici. Con processo separato, sono stati condannati in appello anche i due proprietari italiani della fabbrica dormitorio.

Cinque uomini e due donne, tutti cinesi, alcuni con regolare permesso di soggiorno e altri senza documenti legali, morirono intossicati e ustionati mentre dormivano nei loculi ricavati in un soppalco abusivo allestito nel capannone preso in affitto dalle sorelle Lin che, rileva la Suprema Corte, trattavano gli operai in modo "disumano", sia per l'orario di lavoro massacrante sia la paga da miseria. Lin Yuolan, che aveva maggiori responsabilità nella gestione della ditta, è stata condannata a otto anni e otto mesi di reclusione, sua sorella a sei anni e dieci mesi.

Respinta dagli "ermellini" la richiesta di riduzione della pena avanzate dalla difesa. Dopo aver scontato circa dieci mesi agli arresti, alle due donne è stato revocato il divieto di espatrio e sono tornate in Cina promettendo di tornare in Italia in caso di condanna definitiva. Oltre alle accuse di incendio e omicidio colposo plurimo, violazione delle norme di sicurezza e di tutela sul lavoro, le sorelle Lin sono state condannate anche per "favoreggiamento di permanenza illegale di soggetti clandestini al fine di ingiusto profitto". In proposito i giudici della Cassazione sottolineano che "l'approfittamento della condizione di clandestinità di almeno una parte dei dipendenti della ditta, in base al quale venivano imposte condizioni di lavoro ed economiche ben al di sotto" del "normale" contratto di categoria, "integra il dolo specifico del fine di trarre un ingiusto profitto dallo stato di illegalità dei cittadini stranieri". Il reato sussiste anche nel caso in cui "analoghe condizioni sarebbero state praticate pure nei confronti di dipendenti in regola con il permesso di soggiorno", ha spiegato la Cassazione respingendo la tesi difensiva per cui la misera paga data a tutti avrebbe scagionato le Lin dall'aver violato la legge sull'immigrazione. "Il fatto che venissero oggettivamente sfruttati anche gli operai regolari sul territorio (per ragioni che possono essere le più varie) significa unicamente che vi era un identico, disumano trattamento tra tutti i lavoratori operanti nel capannone", conclude la sentenza 12643. Confermata anche la costituzione di parte civile del Comune di Prato, della Cgil di Prato, della Cisl di Firenze-Prato e dell'Inail.

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di Redazione web