Sicurezza
Salma da mesi all’obitorio «Il funerale lo pago io»
Una lettrice si fa avanti per risolvere la vicenda dell’anziana morta a ottobre e ancora in una cella frigorifera: «Non sono ricca ma certe cose fanno indignare»
PRATO. «Se nessuno lo vuol pagare, il funerale lo pago io». La telefonata arriva nel primo pomeriggio e porta un raggio di sole in una vicenda molto triste, quella che abbiamo raccontato ieri: la salma di un’anziana donna che giace da quattro mesi all’obitorio dell’ospedale senza che sia stato possibile darle una degna sepoltura.
All’altro capo del telefono c’è Franca Olivetti, 59 anni, dipendente della Coop in aspettativa. «Ho letto il vostro articolo e sono rimasta interdetta - racconta - Ho pensato che potevo dare una mano, anche perché sono sola e domani potrebbe succedere a me. E allora qualcuno magari farà quello che oggi faccio io». Parole semplici che vanno dritte al cuore. «Non sono ricca - dice Franca - Sono una persona come tante altre ma queste cose mi indignano e se posso voglio aiutare a risolverle». Detto, fatto. La signora Franca si è messa in contatto con l’Azienda sanitaria, che al momento ha in carico la salma di Sestilia N., anche se la competenza sull’inumazione, dicono all’Asl, è di fatto del Comune. Trovare una soluzione, a questo punto, non dovrebbe essere difficile. Poi ovviamente ci sarà da ringraziare chi, come Franca Olivetti, si è messa una mano sul cuore e l’altra sul portafoglio per supplire a un’impasse che rischiava di diventare grottesca oltre che triste.
Ma il caso di Sestilia N., l’anziana morta a ottobre e la cui salma è ancora all’obitorio, non è l’unico. Risulta infatti, nonostante non sia possibile saperlo ufficialmente perché l’Asl ritiene l’argomento coperto dalla legge sulla privacy, che all’obitorio ci siano ancora le salme dei due cinesi morti nell’incendio della casa-fabbrica della Tignamica, i due operai soffocati nella mansarda di via Valbisenzio andata a fuoco all’alba dello scorso 26 agosto. Sono dunque passati già sei mesi dalla tragedia e ancora non si parla di un funerale. In questo caso la difficoltà non è legata tanto alle disponibilità economiche dei parenti, ma a questioni burocratiche e di permessi di soggiorno. I familiari delle vittime sono venuti a Prato nei giorni immediatamente seguenti alla tragedia, ma poi sono dovuti tornare in Cina. Nella breve permanenza non è stato possibile procedere coi funerali perché non erano ancora stati fatti tutti gli accertamenti medici sulle salme. Ora le salme sono “libere”, come si dice nel gergo della medicina legale, cioè a disposizione dei familiari, ma i familiari non sono in Italia e dovranno tornare a Prato per sbrigare le pratiche. Anche nel caso dei funerali dei sette operai morti nella confezione Teresa Moda fu necessario attendere sei mesi.
Paolo Nencioni
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google
