Il Tirreno

Prato

La salma di un'anziana ferma all'obitorio da quattro mesi. Una lettrice: "Il funerale lo pago io"

di Paolo Nencioni
La cella frigorifera di un obitorio (archivio)
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La cella frigorifera di un obitorio (archivio)

La donna è morta a ottobre e finora non è stato possibile darle una degna sepoltura. L'Asl si appella alla privacy, il Comune non è stato interpellato. E una lettrice si fa avanti: "Una cosa indegna, il funerale lo pago io"

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PRATO. Da quattro mesi la salma di un’anziana donna giace all’obitorio dell’ospedale di Prato e tutti sembrano essersi dimenticati di lei, fatta eccezione per una nostra lettrice. Una storia tristissima quella che ha per involontaria protagonista Sestilia N., morta a ottobre per cause naturali e da quel giorno confinata in una cella frigorifera. Come tutti, meriterebbe una degna sepoltura, ma finora non è stato possibile. Fin qui le certezze. Il resto della storia è molto più vago. A un operatore che per ragioni di lavoro ha occasione di passare ogni tanto dall’obitorio risulta che il problema siano le spese per il funerale. L’anziana donna ha dei parenti, ma questi non avrebbero le risorse economiche per provvedere alle esequie.

Il direttore dell’ospedale, Roberto Biagini, interpellato in merito, si trincera dietro le norme sulla privacy e dice di non potere e non volere fornire alcun particolare della vicenda. All’obitorio stessa musica: non confermano nemmeno la presenza della salma e rimandano ai piani alti dell’Azienda sanitaria. L’assessore ai Servizi sociali Luigi Biancalani, che in passato si è trovato a occuparsi di casi simili, sarebbe anche disponibile a intervenire ma dice di non essere stato contattato da nessuno e dunque al momento non può fare niente. Chi ha segnalato la vicenda al Tirreno dice di aver saputo che l’anziana donna morta a ottobre avrebbe trascorso l’ultima parte della propria esistenza alla casa di riposo Casa di Marta in via Pistoiese, ma dall’ospizio fanno sapere che quel nome, Sestilia N., non dice loro niente ed escludono di averla avuta tra i loro ospiti l’anno scorso.

Non è il primo caso del genere, ma di solito i morti dimenticati all’obitorio sono stranieri che non hanno parenti prossimi in Italia. In genere, passato qualche mese, interviene il Comune. Quel che è certo è che la memoria di Sestilia N. merita (avrebbe meritato) il dovuto rispetto per un essere umano e dunque l’auspicio è che le autorità (il Comune, l’Asl) o un’associazione di volontariato si facciano avanti e provvedano alla sepoltura. Il costo della dignità non è nemmeno troppo alto: 500 euro.

"Se nessuno lo vuol pagare, il funerale lo pago io". La telefonata arriva nel primo pomeriggio di venerdì 23 e porta un raggio di sole nella triste vicenda. All’altro capo del telefono c’è Franca Olivetti, 59 anni, dipendente della Coop in aspettativa. "Ho letto il vostro articolo e sono rimasta interdetta - racconta - Ho pensato che potevo dare una mano, anche perché sono sola e domani potrebbe succedere a me. E allora qualcuno magari farà quello che oggi faccio io". Parole semplici che vanno dritte al cuore. "Non sono ricca - dice Franca - Sono una persona come tante altre ma queste cose mi indignano e se posso voglio aiutare a risolverle". Detto, fatto. La signora Franca si è messa in contatto con l’Azienda sanitaria, che al momento ha in carico la salma di Sestilia N., anche se la competenza sull’inumazione, dicono all’Asl, è di fatto del Comune. Trovare una soluzione, a questo punto, non dovrebbe essere difficile. Poi ovviamente ci sarà da ringraziare chi, come Franca Olivetti, si è messa una mano sul cuore e l’altra sul portafoglio per supplire a un’impasse che rischiava di diventare grottesca oltre che triste.

Ma il caso di Sestilia N., l’anziana morta a ottobre e la cui salma è ancora all’obitorio, non è l’unico. Risulta infatti, nonostante non sia possibile saperlo ufficialmente perché l’Asl ritiene l’argomento coperto dalla legge sulla privacy, che all’obitorio ci siano ancora le salme dei due cinesi morti nell’incendio della casa-fabbrica della Tignamica, i due operai soffocati nella mansarda di via Valbisenzio andata a fuoco all’alba dello scorso 26 agosto. Sono dunque passati già sei mesi dalla tragedia e ancora non si parla di un funerale. In questo caso la difficoltà non è legata tanto alle disponibilità economiche dei parenti, ma a questioni burocratiche e di permessi di soggiorno. I familiari delle vittime sono venuti a Prato nei giorni immediatamente seguenti alla tragedia, ma poi sono dovuti tornare in Cina. Nella breve permanenza non è stato possibile procedere coi funerali perché non erano ancora stati fatti tutti gli accertamenti medici sulle salme. Ora le salme sono “libere”, come si dice nel gergo della medicina legale, cioè a disposizione dei familiari, ma i familiari non sono in Italia e dovranno tornare a Prato per sbrigare le pratiche. Anche nel caso dei funerali dei sette operai morti nella confezione Teresa Moda fu necessario attendere sei mesi.

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