Il Tirreno

Prato

La vita media sale a 83 anni, Prato seconda solo a Firenze

di Alessandro Formichella
La vita media sale a 83 anni, Prato seconda solo a Firenze

Accanto agli aspetti sanitari contano anche tenore di vita e livello scolastico  L’indagine dell’Osservatorio sulla salute dell’Università del Sacro Cuore 

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PRATO. Si alza la "speranza di vita" per i giovani pratesi, i cosiddetti “millennials” nati fra il 2005 e il 2016. Si cresce di più, la vita è più lunga, l'età media continua ad alzarsi e i ragazzi di oggi, adolescenti, hanno una aspettativa di vita che, in media fra uomini e donne, a Prato andrà oltre gli oltre 83 anni.

Secondo i dati appena pubblicati dell'Osservatorio nazionale sulla salute dell'Università cattolica del Sacro Cuore, l'analisi per i nati fino al 2016 fotografa una crescita della potenzialità di vita, chiamata appunto "speranza di vita", soprattutto per tutti quelli venuti alla luce nel nuovo millennio.

Prato seconda in Toscana dopo Firenze. Prato si mette in testa assieme a molte altre città del nord, vedi quelle della Lombardia che le supera, e si avvicina a Firenze, la città che secondo i dati ha la migliore attesa di vita, calcolata ad una media di oltre 84 anni, non solo in Toscana. Prato si attesta oltre gli 83 anni di media di speranza di vita. Prato va oltre molte città del nord Italia e sostanzialmente si pone in media con le altre città della Toscana. Anzi andando nel dettaglio, Prato si posiziona e dietro Firenze, ed ha una posizione più alta di Siena, Pistoia, Pisa, Arezzo e Grosseto. Ultima, ma per modo di dire, in Toscana è Massa Carrara, con una aspettativa di vita di poco più di 82 anni.

Aspetti medici e sociologici. Il meccanismo di calcolo di questi dati è tutt'altro che algebrico e semplice; nell'analisi confluiscono numeri che riguardano patologie, terapie e sistema sanitario, ma anche confronti più attenti agli aspetti sociologici, come capacità del territorio di offrire istruzione, cultura, tempo libero, interessi sociali, impegno civico. Non si tratta solo di terapie e farmaci, sebbene la grande corsa della medicina in ricerca e nuove cure faccia molto. Ci sono anche le attività sociali e culturali ad aumentare appunto la "speranza di vita".

Più alto il livello scolastico più si alza la speranza di vita. L'analisi pubblicata dall'Università del Sacro Cuore evidenzia che la "speranza di vita" non è alimentata solo da nuove terapie appunto, ma in sostanza da un ambiente che migliora la qualità della vita nel suo complesso di interazioni, da quelle economiche a quelle sociali. È certo, secondo l'Osservatorio, che la longevità è determinata anche dal grado di istruzione. Insomma, più si studia e più si vive, si potrebbe dire. I laureati sono coloro infatti che in dati percentuali vivono di più. “Mens sana in corpore sano”, dicevano i latini, ma pare che valga anche il viceversa. E nonostante la spesa sia in diminuzione, il sistema sanitario italiano, e fra questi in primis quello toscano, restano uno dei migliori sistemi sanitari d'Europa. Ne è certo l'Osservatorio nazionale sulla salute che nel documento pubblicato parla di un «servizio sanitario nazionale che resta una dei migliori in Europa in termini di efficacia, nonostante le risorse impegnate siano tra le più basse registrate nell’Ue».

Come annullare le diseguaglianze. Attesa di vita e orizzonte di speranze determinano anche l'abbassamento delle diseguaglianze sociali. La relazione dei fattori che infatti possono aiutare a migliorare la "speranza di vita" è strettamente collegata ai fattori di diseguaglianza e se aumenta la capacità culturale, sociale e interattiva di una persona, in larga misura si alza anche la sua longevità.

Non c'è una diretta consequenzialità, ma appare chiaro che il miglioramento del grado di istruzione comporti anche nei maggiori dei casi una integrazione nei fattori sociali ed economici, più alta. E da qui una "curiosità" del vivere che comporta una più alta longevità. Insomma, cultura e socialità possono far meglio a volte di tanti farmaci. Anche se Prato, contraddizione in termini, ha uno dei dati più alti in regione per abbandono scolastico. Un dato che dipende in buona parte dalla massiccia presenza di ragazzi immigrati che spesso, come quelli italiani di alcuni decenni fa, sono costretti ad anticipare l’uscita della scuola per aiutare le famiglie e cerccarsi un lavoro.

 

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