Sicurezza
Mario Belgrado, l’orologiaio ebreo di Prato morto ad Auschwitz
A raccontare qualche frammento della sua vicenda umana e del suo non ritorno dal campo di sterminio polacco, è Mario Fineschi, ebreo, classe 1935, personaggio di spicco della comunità ebraica toscana
PRATO. Nel medioevo, l’attuale via dell’Accademia era chiamata Via Giudea. Ma questo toponimo, si direbbe, non basta per parlare di una Prato ebraica, quella terra di Prato che non ha mai avuto una comunità sionista stanziale, anche se qualcuno parla ancor oggi di una probabile piccola sinagoga in via dei Sei. Ma tracce di tutto questo non se ne sono mai trovate. È certo, invece, che il Banco de’Ricci, era in mano ad una famiglia ebrea quale fu quella di Salomone da Prato. Ma nel XV secolo commercio e finanza bancaria si operava soprattutto a Firenze.
È presente, però, anche un’altra storia molto più recente, che drammaticamente si collega alla Shoah, sebbene a Prato le deportazioni colpirono soprattutto antifascisti e operai oppositori del regime. È la piccola– grande storia di Mario Belgrado, un uomo di piccola statura, ottimo artigiano, che dopo le leggi razziali antisemite del novembre 1938 trova lavoro, quasi di nascosto, proprio a Prato. Belgrado viene da Firenze, non ha parenti e di lui infatti dopo il 1944 si perderanno le tracce. Strano a dirsi, poiché le famiglie ebraiche del tempo erano nutrite di figli e nipoti e in genere molto unite fra di loro. Ma Belgrado resta solo, anche oggi è solo senza parenti fra le persone che vissero la tragedia della Shoah ad Auschiwitz.
A raccontarci qualche frammento della sua vicenda umana e del suo non ritorno dal campo di sterminio polacco, è Mario Fineschi, ebreo, classe 1935, personaggio di spicco della comunità ebraica toscana, nato a Siena e dagli anni cinquanta, prima come dipendente del Monte dei Paschi poi come dirigente di azienda, pratese in tutto e per tutto. E la storia di Mario Belgrado è nella sua testa e nelle carte dell’elenco dei deportati da Prato.
«Da quello che sappiamo e conosciamo fu l’unico ebreo deportato fra il’43 e il’44 nei campi di sterminio – dice Fineschi – le informazioni non sono molte. Belgrado era una persona ritirata, d’altronde dopo il’38 e dopo il’43 visto l’antisemitismo imperante, era consigliabile esserlo. Ma forse era anche il suo carattere, sappiamo che era un ottimo artigiano, un orologiaio e lavorava proprio qui in centro».
Mario Belgrado lavorava per conto dell’orologeria e oreficeria Gironi, in via Ricasoli al numero 12. Viveva e lavorava in soffitta, sopra il negozio, dove i Gironi mandavano i clienti a farsi riparare orologi e sveglie. Belgrado, probabilmente era conosciuto per nome e non per cognome (i cognomi di città, si sa, erano quasi una autodenuncia per gli ebrei). Nato a Firenze (dove infatti troviamo famiglie ebraiche con lo stesso cognome) nel 1905, non ancora compiuti i 40 anni, la storia di Mario Belgrado incontra purtroppo quella delle SS e dei fascisti italiani, al culmine dell’odio razziale. Qui in via Ricasoli al numero 12 si trova una delle prime “pietre di inciampo” collocate in Italia.
«Prato è stata la prima città a mettere le pietre di inciampo – prosegue Fineschi – e la vicenda di Belgrado è purtroppo piena di poche informazioni. Si sa che furono i fascisti a Prato a indicare ai tedeschi che sopra il negozio Gironi abitava Mario, ebreo, ma non abbiamo la data del prelevamento, sicuramente fra la fine del 1943 e gli inizi del 1944. Lo presero di mattina, come tutti, lo portarono a Firenze, al binario 16 di Santa Maria Novella. Da lì si partiva, spesso senza ritorno». Mario Belgrado viene portato ad Auschwitz e dal campo nazista polacco non farà più ritorno.
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