Il Tirreno

Prato

Rogo in casa-fabbrica il processo si chiude con 3 patteggiamenti

Rogo in casa-fabbrica il processo si chiude con 3 patteggiamenti

Due anni e sei mesi alla proprietaria Patrizia Carmagnini  tre anni e due mesi per i coniugi imprenditori cinesi

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PRATO. Chiuso a tempo di record il processo per l’incendio alla Tignamica dove persero la vita due operai cinesi, un uomo e una donna rispettivamente di 39 e 37 anni. Il gup Alberto Lippini, dopo l’udienza preliminare che si è svolta ieri pomeriggio in tribunale a Prato, ha accolto il patteggiamento di 2 anni e sei mesi per la proprietaria italiana dell’immobile, Patrizia Carmagnini, difesa dall’avvocato Melissa Stefanacci. Pena più alta, tre anni e due mesi, quella patteggiata dai titolari della confezione che era stata realizzata nell’abitazione, Hu Yongsheng e la moglie Hu Yinyan, difesi dal legale Gabriele Zanobini. Il giudice si è riservato, inoltre, di accogliere o meno la richiesta dell’avvocato di revocare gli arresti domiciliari ai due assistiti cinesi, riconoscendo le attenuanti generiche. La differenza è nel capo di accusa, che è di omicidio colposo plurimo e incendio colposo per la Carmagnini, mentre sui due cinesi, oltre ai due reati precedenti, pendeva anche l’accusa di dell'omissione dolosa delle cautele antinfortunistiche e dello sfruttamento della manodopera clandestina. Il giudice, inoltre ha revocato il sequestro dell’immobile. Il processo si è concluso in tempi rapidissimi grazie agli schiaccianti elementi di colpevolezza raccolti dai sostituti procuratori Lorenzo Gestri e Francesco Sottosanti nel corso delle indagini, condotte dai carabinieri. In particolare il ritrovamento di un file usato dalla proprietaria italiana per simulare ogni mese la disdetta del contratto di affitto, un documento da usare in caso di controlli delle forze dell’ordine, come in effetti è avvenuto dopo l’incendio del 26 agosto. È stato accertato che la proprietaria inizialmente aveva applicato un contratto regolare di 1.000 euro al mese, ma poi l’ha modificato aggiungendo 400 euro a nero quando i cinesi hanno iniziato ad utilizzare la soffitta per ospitare un’attività produttiva tessile con tanto di macchinari. Va anche detto che la rapidità del processo è dipesa anche dalla piena collaborazione subito mostra dai cinesi e successivamente anche dalla proprietaria, che di fatto ha reso piena confessione dopo quasi due mesi di arresti domiciliari. Queste due collaborazioni hanno portato subito alle richieste di patteggiamento da parte dei difensori, sia della donna che dei gestori della ditta cinesi, patteggiamento poi accolto dalla procura e che ha consentito di dare una accelerata al processo senza arrivare al dibattimento. Dal canto loro i due imprenditori orientali hanno già risarcito i parenti delle vittime con 120.00 euro. Aspetti questi che hanno reso questa vicenda diversa nell’esito dall’analoga tragedia della Teresa Moda, in cui il proprietario italiano non ha ammesso le proprie responsabilità.

Francesco Albonetti

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di Redazione web