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Fallimenti 2017 a Prato, ecco le aziende che non ce l’hanno fatta

Fallimenti 2017 a Prato, ecco le aziende che non ce l’hanno fatta

Il numero di procedure è stabile rispetto all’anno precedente. Alcune sono già chiuse per totale insufficienza di attivo

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PRATO. Tessile, edilizia, ma anche servizi. Aziende sul mercato da decenni e ultimi arrivati. Imprenditori italiani ma anche stranieri. Le dichiarazioni di fallimento hanno colpito un po’ ovunque nel corso del 2017 e il conto complessivo si ferma poco sotto a quello del 2016: erano stati 117 nei dodici mesi precedenti e sono stati 115 nell’anno che è appena finito. Una cifra in linea con quelle degli ultimi anni, se si esclude l’impennata del 2015, quando i fallimenti furono 166 anche in conseguenza di modifiche normative.

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«Sono 115 ma potrebbero essere molti di più - commenta un curatore che preferisce rimanere anonimo - se solo l’erario si decidesse a tutelare i suoi interessi in tempi ragionevoli». Capita spesso, spiega il professionista che ha gestito molte importanti procedure negli ultimi anni, che l’imprenditore con pochi scrupoli tenga buoni i fornitori e le banche accumulando un debito con l’erario, debito che poi diventa inesigibile perché prescritto o perché nel frattempo i fondi sono spariti. Questo è l’aspetto patologico del fenomeno. C’è poi quello legato alla crisi (del tessile e non solo) che ha spinto molti imprenditori a fare il passo più lungo della gamba.

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Pochi i nomi noti nel lungo elenco dei fallimenti dichiarati durante il 2017. C’è il Creaf (Centro di ricerca e alta formazione), il pozzo senza fondo che ha inghiottito oltre 20 milioni di euro di soldi pubblici e che si sta trasformando in una bancarotta societaria. C’è la libreria Al Castello, chiusa da tempo. E c’è il solito corposo capitolo del tessile (Amak, Sinergie tessili, Manifattura Seventex, Filatura G.M., Tintoria Tre Monti, Lanificio Due-Esse solo per citarne alcune). In un colpo solo falliscono quattro srl (Marketprato e simili) che fanno capo ad altrettanti negozi di ferramenta a Prato, Lucca, Quarrata e Signa. E poi ci sono le piccole storie finite male, come quella di Agridolce srl, la prima pasticceria vegana, aperta nel 2013 e che sembrava aver ingranato nei due anni successivi, salvo poi dover gettare la spugna.

Dei 115 fallimenti dichiarati durante il 2017, ce ne sono sette che sono già stati chiusi, tutti per lo stesso motivo: il giudice fallimentare ha preso atto che non c’è attivo e dunque non c’è la possibilità di soddisfare “neppure in parte” la platea dei creditori. Poche le procedure di concordato liquidatorio: costa più del fallimento e non mette al riparto dalle conseguenze penali.

Un tempo erano mosche bianche, ma ora spuntano anche i fallimenti di imprenditori cinesi. Nell’elenco ci sono almeno sette società riconducibili a proprietà orientale.
 

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