Slot, a Prato una "piccola" Las Vegas
A Prato l’offerta del gioco d’azzardo non teme rivali in Toscana: è il primo capoluogo nella regione per numero pro capite di new slot (8,6 ogni mille abitanti) e videolottery (3,5), per un totale di 2.659 euro buttati via per giocare alle famigerate macchinette
PRATO. Rumore di monetine che cadono. Luci che ipnotizzano e mandano in tilt il cervello. Impossibile ignorare tutto questo. Se lo fai e giri l’angolo, il copione sarà sempre lo stesso. Succede quando in una città di oltre 190mila abitanti si contano 12 attività con slot machine ogni mille residenti. Siamo a Prato, terra degli stracci, dei cantucci e… del gioco d’azzardo. Sì perché quella pratese è la provincia italiana con la spesa pro capite più alta in assoluto per slot machine: nel 2016 sono stati buttati via nel gambling 2377 euro, più del doppio di tutte le altre province. Questo significa che sono stati “bruciati” nelle macchinette due stipendi medi a famiglia. Una piccola “Las Vegas” d’Italia in riva al Bisenzio: un primato di cui si farebbe volentieri a meno.
MAGLIA NERA. Le altre cifre contenute nel rapporto “L’Italia delle slot”, elaborate dai quotidiani locali del Gruppo Gedi, sono sempre da capogiro. A Prato l’offerta del gioco d’azzardo non teme rivali in Toscana: è il primo capoluogo nella regione per numero pro capite di new slot (8,6 ogni mille abitanti) e videolottery (3,5), per un totale di 2.659 euro buttati via per giocare alle famigerate macchinette. Ma Prato è anche terra d’immigrazione cinese e la comunità dagli occhi a mandorla nutre una proverbiale passione per il gioco d’azzardo.
INTRECCI PERICOLOSI. Gira un detto tra i cinesi: “Un po’ di gioco d’azzardo fa bene alla salute, troppo può farti impazzire”. Fatto sta che da queste parti nei mattinali delle forze dell’ordine le denunce per gioco d’azzardo ricorrono spesso con tanto di blitz nelle bische clandestine nella più popolosa Chinatown d’Italia. Ma c’è di più. E ce lo racconta don Marco Natali, membro del comitato pratese di “Libera”. «L’ultimo rapporto sulle mafie in Toscana redatto dalla Scuola Normale di Pisa contiene informazioni molto utili. Parla di un intreccio di rapporti fra la mafia cinese e il clan dei “Casalesi” che investirebbero capitali riciclati nel settore delle scommesse e del gioco d’azzardo. Il riciclaggio così passerebbe dalle sale da gioco». Don Natali è un parroco di trincea: il suo osservatorio quotidiano è la parrocchia di San Bartolomeo nel centro storico, a due passi dalla mensa dei poveri. Da lì ne vede di tutti i colori. Madri che bussano alla casa di Dio perché non riescono a comprare il latte per il proprio figli e chiedono un aiuto. «Ma poi le vedi girare l’angolo e spendere i pochi spiccioli in tasca per comprare un gratta e vinci – racconta padre Natali – E ti piange il cuore».
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COSA FA IL COMUNE. L’amministrazione locale guidata dalla giunta Biffoni non sta alla finestra. Il consiglio comunale ha approvato il 9 marzo scorso un regolamento per l'esercizio del gioco lecito che vieta l'apertura di centri di scommesse e sale gioco a una distanza inferiore a 500 metri da determinati “luoghi sensibili”: non solo scuole ma anche oratori, discoteche, biblioteche, musei, giardini pubblici, ospedali e ambulatori medici. Ma l’azione di denuncia era partita da un cartello di associazioni presenti sul territorio, tra cui appunto “Libera”.
I NUMERI DEL SERD. A far suonare un altro campanello d’allarme è il numero dei giocatori d’azzardo trattati dal SerT, il servizio di dipendenze dell’ex Asl 4 di Prato: 185 ludopatici in cura nel 2016, con 22 nuovi ingressi. Erano 149 nel 2015, 172 nel 2016. Nell’87% dei casi, le persone divenute schiave del gioco d’azzardo che chiedono aiuto per guarire sono uomini. «Ma negli ultimi tempi sono aumentati i casi di donne e pensionati, soggetti fragili che vivono in condizione di solitudine e disagio economico – spiega lo psichiatra Matteo Bruscoli del Serd - E bene precisare che non tutti i giocatori passano dal nostro servizio. In genere chi lo fa arriva anche dopo 7-8 anni dall’insorgenza del disturbo, dopo che ne ha preso coscienza spesso con l’aiuto della famiglia o magari dopo che questa è finita sul lastrico. Non è solo questione di tempo e consapevolezza – prosegue l’esperto - problema è anche culturale perché spesso la dipendenza dal gioco d’azzardo viene ancora ritenuta un vizio e non una patologia». Fra gli utenti del Serd di Prato, i giocatori cinesi si contano sul palmo della mano.
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