Il dolore
“Colletti bianchi”, prime condanne
Regge l’impianto della Procura nel processo a carico di italiani e cinesi che “fabbricavano” i permessi di soggiorno
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PRATO. Le condanne inflitte ieri dal giudice dell’udienza preliminare Angela Fantechi nel processo con rito abbreviato nato dall’inchiesta sui “colletti bianchi” che aiutavano decine di cinesi a ottenere o rinnovare il permesso di soggiorno senza averne titolo hanno una valenza che va al di là del singolo processo, perché hanno ribadito il principio in base al quale i professionisti italiani che si prestano a fare carte false rispondono delle stesse accuse mosse a chi inganna le forze dell’ordine nel rilascio dei permessi.
Il giudice ha condannato Zhong Rongchang e la compagna Zhao Shanshan, difesi dall’avvocato Tiziano Veltri, rispettivamente a 5 anni e 4 anni e due mesi di reclusione. Un’altra dozzina di imputati, italiani e cinesi alle dipendenze degli studi professionali di Alberto Robbi e Filippo Rosini, hanno scelto di patteggiare pene minori. Zhong Rongchang, detto Jimmy, era socio di fatto dello studio Robbi e quando la guardia di finanza andò a perquisire la casa dove vive insieme alla compagna Zhao Shanshan gli trovarono 32.000 euro in contanti, tanto per avere un’idea di quanto si può guadagnare fabbricando false buste paga, false residenze o false intestazioni di aziende. Questo era il cuore dell’inchiesta del sostituto procuratore Lorenzo Gestri che il 16 novembre dell’anno scorso fece scattare oltre cento perquisizioni, 15 arresti e 19 misure interdittive nei confronti di una parte degli 83 indagati.
La tesi della Procura era che i due studi professionali offrissero un’assistenza illegale a quei cinesi che volevano ottenere o rinnovare il permesso di soggiorno senza averne i requisiti. Di conseguenza si producevano, dietro lauto pagamento, false buste paga e altri falsi documenti che poi venivano presentati all’Ufficio immigrazione della Questura per l’ottenimento del permesso. Gli organizzatori dell’imbroglio sapevano bene che i controlli su quei documenti sarebbero stati solo formali e dunque non si preoccupavano più di tanto. Nessun problema, dunque, a produrre contratti di lavoro a tempo indeterminato, che poi sarebbero serviti per ottenere permessi di soggiorno più lunghi. Questa potrebbe essere una spiegazione dei numeri abbastanza sorprendenti usciti giovedì da una ricerca del Laboratorio di scienze del lavoro del Pin in base alla quale oltre il 90% degli avviamenti nelle aziende cinesi nel 2016 sono stati a tempo indeterminato, a fronte di un terzo nelle imprese italiane. Ma questa al momento è solo un’ipotesi.
I processi non sono finiti. Presto davanti ai giudici potrebbero finire i due indagati eccellenti, Filippo Rosini e Alberto Robbi.
Paolo Nencioni
Il giudice ha condannato Zhong Rongchang e la compagna Zhao Shanshan, difesi dall’avvocato Tiziano Veltri, rispettivamente a 5 anni e 4 anni e due mesi di reclusione. Un’altra dozzina di imputati, italiani e cinesi alle dipendenze degli studi professionali di Alberto Robbi e Filippo Rosini, hanno scelto di patteggiare pene minori. Zhong Rongchang, detto Jimmy, era socio di fatto dello studio Robbi e quando la guardia di finanza andò a perquisire la casa dove vive insieme alla compagna Zhao Shanshan gli trovarono 32.000 euro in contanti, tanto per avere un’idea di quanto si può guadagnare fabbricando false buste paga, false residenze o false intestazioni di aziende. Questo era il cuore dell’inchiesta del sostituto procuratore Lorenzo Gestri che il 16 novembre dell’anno scorso fece scattare oltre cento perquisizioni, 15 arresti e 19 misure interdittive nei confronti di una parte degli 83 indagati.
La tesi della Procura era che i due studi professionali offrissero un’assistenza illegale a quei cinesi che volevano ottenere o rinnovare il permesso di soggiorno senza averne i requisiti. Di conseguenza si producevano, dietro lauto pagamento, false buste paga e altri falsi documenti che poi venivano presentati all’Ufficio immigrazione della Questura per l’ottenimento del permesso. Gli organizzatori dell’imbroglio sapevano bene che i controlli su quei documenti sarebbero stati solo formali e dunque non si preoccupavano più di tanto. Nessun problema, dunque, a produrre contratti di lavoro a tempo indeterminato, che poi sarebbero serviti per ottenere permessi di soggiorno più lunghi. Questa potrebbe essere una spiegazione dei numeri abbastanza sorprendenti usciti giovedì da una ricerca del Laboratorio di scienze del lavoro del Pin in base alla quale oltre il 90% degli avviamenti nelle aziende cinesi nel 2016 sono stati a tempo indeterminato, a fronte di un terzo nelle imprese italiane. Ma questa al momento è solo un’ipotesi.
I processi non sono finiti. Presto davanti ai giudici potrebbero finire i due indagati eccellenti, Filippo Rosini e Alberto Robbi.
Paolo Nencioni
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