Il Tirreno

Prato

Affare Gida, una guerra di sopravvivenza

di Cristina Orsini
L'impianto de depurazione di Gida al Bagnacavallo
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L'impianto de depurazione di Gida al Bagnacavallo

Comune di Prato contro Progetto Acqua, i retroscena dello scontro: dietro il testa a testa sul digestore vs
inceneritore l’incertezza degli industriali sull’aumento della tariffe della depurazione

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PRATO. No al termovalorizzatore. No al digestore. Anche l’ultimo incontro tra Comune e industriali sul nuovo impianto di Gida è finito con una serie di veti incrociati che hanno di fatto bloccato la trattativa e consigliato prudenza nel mettere la questione all’ordine del giorno dell’assemblea in calendario per il 7 novembre che comunque si farà. Probabilmente però parlando d’altro.

L’impasse annunciato è arrivato con l’ulteriore irrigidimento delle posizioni: agli inviti ad ammorbidirsi di quella parte di cda che punta su un impianto che in prospettiva avvii un processo di economia circolare sul territorio, il solo che ormai finanzi l’Europa, gli industriali di Progetto Acqua hanno risposto con un secco: mandate avanti la Via (valutazione di impatto ambientale ndr) sul termovalorizzatore. Punto. Scontro totale, mai avvenuto prima e per ora senza soluzione.

Chi ha ragione e chi torto in questa campale battaglia sul futuro della depurazione delle acque industriali e civili e di una partecipata in mano per quasi il 47%al Comune (quattro componenti nel cda), al 45% di Confindustria Toscana Nord (tre membri nel cda), all’8% di Consiag ma senza rappresentanti nel consiglio di amministrazione?

La domanda potrebbe essere mal posta, perché lo scontro che si consuma nel microcosmo di Gida è la rappresentazione delle difficoltà del distretto tessile: di un mondo – quello del settore della nobilitazione e delle sue aziende umide – che arranca, serra le file e dà battaglia per non soccombere, salvaguardando così anche l’occupazione, che in questa fase storica, però, va in rotta di collisione contro un altro universo, quello della politica, che in passato si è mostrato più propenso a delegare le scelte sulla gestione, e che nel programmare la Prato che verrà mostra di avere necessità diametralmente opposte. Tariffe della depurazione bassissime per garantire, con l’incenerimento dei fanghi, la competitività sul mercato a un gruppo di imprese che altrimenti rischierebbe di saltare versus tariffe in prospettiva più alte ma con la sicurezza della tutela ambientale e di quella parte di cittadini – circa 20.000 - che vivono a Prato sud. Rifiuto come scarto da buttare contro rifiuto come risorsa.

Ha questo significato la scelta tra termovalorizzazione cara agli industriali e digestione cara alla politica. In mezzo, tra Progetto Acqua e Comune, c’è Confindustria Toscana Nord (che ha nominato Andrea Cavicchi come delegato Gida con il compito di partecipare all’assemblea) che alla fine potrebbe diventare l’ago della bilancia.

Un po’ di numeri possono rendere meglio la situazione: la richiesta di acqua depurata da parte delle aziende umide, in questi anni, è calata vertiginosamente: da 15 a quasi 9 milioni di metri cubi l’anno sui 40 complessivi lavorati da Gida e che per la maggior parte finisce nei fiumi. «In pratica – è il ragionamento – l’impianto di Baciacavallo ormai funziona come un qualsiasi altro depuratore civile». E la sostenibilità economica del ciclo viene dal fatto che Gida lavora anche le acque nere delle fosse biologiche di Prato e non solo producendo, alla fine del processo, circa 35.000 tonnellate l’anno di fanghi dal smaltire. Il come è, appunto, materia di contrasto.

Gli industriali vogliono un nuovo termovalorizzatore, di ultima generazione con bassissime emissioni, dal costo tra i 20 e i 23 milioni di euro nel quale i fanghi verrebbero bruciati con un residuo di cenere da portare in discarica tra le 5 e le 6.000 tonnellate annue. Il Comune punta invece su un impianto modulare – investimento da 15-18 milioni di euro - formato da tre diverse componenti: il digestore anaerobico (fase di lavorazione dei fanghi con microrganismi che operano in assenza di ossigeno), l’essiccatore (che appunto asciuga il residuo della lavorazione del digestore) e un gassificatore che “brucia” a bassissimo impiego di ossigeno le circa 7.000 tonnellate di materia essiccata residua, producendo contemporaneamente gas da riutilizzare per il funzionamento del ciclo di lavorazione e una minima quantità di ceneri da portare il discarica.

Le forti perplessità degli industriali di Progetto Acqua riguardano proprio l’ultimo anello dell’impianto modulare: il gassificatore, impianto mai realizzato prima per lavorare la tipologia di scarto che produce Gida e che quindi presenta, oggettivamente, un margine di rischio.

Funzionerà o no? E’ stata Dalila Mazzi, presidente di Progetto Acqua e nel cda di Gida, ad affermare pochi giorni or sono che «i dubbi sul risultato ci sono eccome». La risposta del Comune (parti trattanti il sindaco Matteo Biffoni, l’assessore alle partecipate Simone Faggi, all’ambiente Filippo Alessi e il presidente Gida Alessandro Brogi) è stata sui numeri: minor costo dell’impianto e garanzia sulle spese da sostenere per un triennio fornita dal costruttore (una multinazionale). Dunque, secondo il Comune, rischio di impresa ridotto al minimo.

E a monte di tutto ciò, il prologo: in una prima fase di questo testa e testa che ormai dura da molti mesi, sul tavolo della presidenza di Gida c’era solo il progetto del digestore, investimento che avrebbe trovato la copertura economica grazie alla lavorazione non solo dei fanghi di Gida ma di una parte dei rifiuti organici raccolti da Alia, la nuova società d’area che si occupa anche dello smaltimento. Solo che Alia avrebbe dovuto entrare nella compagine societaria di Gida, un ingresso osteggiato dalla quota confindustriale.

Sbarrato il passo ad Alia, è stato necessario individuare una tipologia di impianto alternativo che mettesse insieme tutela ambientale, sostenibilità economica e margine di guadagno. Così è nato il progetto del digestore modulare, quasi autonomo dal punto di vista energetico, in grado di recuperare lo scarto praticamente al 100% ma con un punto interrogativo su funzionalità e, in prospettiva, su tariffe della depurazione.

Esiste una via d’uscita, una mediazione possibile, che individui un punto d’incontro tra le esigenze degli industriali del ciclo dell’umido e del Comune? Per ora una soluzione non è in vista.

L’unica possibilità, ma che per il momento sembra remota, è una decisa presa di posizione di Confindustria Toscana Nord che, nel ruolo di “padrone” di quel 45% di quote azionarie in Gida, avrebbe il potere di smantellare le barricate alzate da Progetto Acqua. Ma in questo caso la parola giusta da utilizzare sarebbe “commissariamento”. E l’impasse continua.



 

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