Sicurezza
Rogo mortale, la proprietaria sapeva
di Paolo Nencioni
In carcere i confezionisti cinesi, ai domiciliari la donna che diceva di averli diffidati: secondo la Procura era un bluff
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PRATO. Certi cinesi continuano a sfruttare la manodopera clandestina accettando il rischio che qualcuno ci lasci la pelle e certi italiani continuano a far finta di niente pur di incassare l’affitto a fine mese. Fanno gli stessi identici errori di quattro anni fa, come se la strage della Teresa Moda, dove il 1° dicembre 2013 sette operai cinesi morirono bruciati nella confezione trappola, non fosse mai avvenuta.
Questo si legge nell’ordinanza del gip Fantechi che, su richiesta dei sostituti Lorenzo Gestri e Francesco Sottosanti, ha mandato in carcere i confezionisti Hu Yinyan e Hu Yongsheng, gestori della casa-fabbrica alla Tignamica (Vaiano) dove lo scorso 26 agosto sono morti asfissiati a causa di un incendio gli operai clandestini Zhao Junling e Fu Bin, e agli arresti domiciliari la proprietaria italiana dell’immobile di via Val di Bisenzio 140, Patrizia Carmagnini. Tutti e tre sono accusati di omicidio colposo plurimo, omissione dolosa delle cautele anti-infortunistiche, incendio colposo e, i soli cinesi, sfruttamento della manodopera clandestina. C’è anche un quarto indagato, l’elettricista di Vernio Paolo Pollazzi, che però non è stato raggiunto da misure di custodia. È accusato di aver realizzato l’impianto elettrico della casa-fabbrica non a regola d’arte, in particolare di non aver installato un adeguato “salvavita” magnetotermico che se ci fosse stato avrebbe forse evitato la tragedia.
Gli arresti sono scattati ieri perché i sostituti Gestri e Sottosanti si sono convinti che gli indagati stavano tentando di inquinare le prove e c’era un rischio concreto di reiterazione del reato. La novità più rilevante riguarda Patrizia Carmagnini. A caldo la donna disse di aver inviato il 3 agosto una diffida ai suoi affittuari cinesi nella quale intimava loro di togliere le macchine da cucire e rimuovere gli abusi edilizi nella casa della Tignamica, altrimenti li avrebbe sfrattati. I carabinieri del Nucleo investigativo hanno scoperto che era un bluff: nel computer sequestrato alla proprietaria c’è un file del 22 aprile 2015 col testo della diffida quasi parola per parola. Un testo che poi è stato aggiornato più volte, in pratica una volta al mese fino al 27 settembre 2016, come se periodicamente la proprietaria facesse firmare alla confezionista lo stesso documento, per mettersi al riparo in caso di controlli. Ci sono poi intercettazioni nelle quali la proprietaria avrebbe contattato potenziali testimoni per chiedere che dessero una versione dei fatti a lei favorevole. In particolare con l’elettricista Pollazzi, quando nessuno dei due era ancora indagato, per concordare una versione da dare ai carabinieri, ma anche con un commercialista non ancora identificato per la questione della diffida.
Quanto ai cinesi, la confezionista Hu Yinyan era ancora ricoverata in ospedale quando ha cominciato a dare istruzioni al marito sul recupero dei macchinari dai locali sequestrati (idea poi scartata) e di un libretto verde sul quale era annotata la contabilità al nero (già recuperato dai carabinieri). Com’era già accaduto per i titolari della Teresa Moda, sembra che la principale preoccupazione dei due confezionisti fosse quella di ripartire al più presto col lavoro, mentre già prendevano contatti coi parenti delle vittime per un eventuale risarcimento (anche questa una scena già vista).
«La collaborazione dei cittadini è fondamentale per prevenire questo tipo di fatti - ha commentato il procuratore capo Giuseppe Nicolosi - perché sono situazioni che difficilmente possono essere controllate dalle forze dell’ordine. Nel dubbio, meglio una segnalazione in più che una in meno».
Questo si legge nell’ordinanza del gip Fantechi che, su richiesta dei sostituti Lorenzo Gestri e Francesco Sottosanti, ha mandato in carcere i confezionisti Hu Yinyan e Hu Yongsheng, gestori della casa-fabbrica alla Tignamica (Vaiano) dove lo scorso 26 agosto sono morti asfissiati a causa di un incendio gli operai clandestini Zhao Junling e Fu Bin, e agli arresti domiciliari la proprietaria italiana dell’immobile di via Val di Bisenzio 140, Patrizia Carmagnini. Tutti e tre sono accusati di omicidio colposo plurimo, omissione dolosa delle cautele anti-infortunistiche, incendio colposo e, i soli cinesi, sfruttamento della manodopera clandestina. C’è anche un quarto indagato, l’elettricista di Vernio Paolo Pollazzi, che però non è stato raggiunto da misure di custodia. È accusato di aver realizzato l’impianto elettrico della casa-fabbrica non a regola d’arte, in particolare di non aver installato un adeguato “salvavita” magnetotermico che se ci fosse stato avrebbe forse evitato la tragedia.
Gli arresti sono scattati ieri perché i sostituti Gestri e Sottosanti si sono convinti che gli indagati stavano tentando di inquinare le prove e c’era un rischio concreto di reiterazione del reato. La novità più rilevante riguarda Patrizia Carmagnini. A caldo la donna disse di aver inviato il 3 agosto una diffida ai suoi affittuari cinesi nella quale intimava loro di togliere le macchine da cucire e rimuovere gli abusi edilizi nella casa della Tignamica, altrimenti li avrebbe sfrattati. I carabinieri del Nucleo investigativo hanno scoperto che era un bluff: nel computer sequestrato alla proprietaria c’è un file del 22 aprile 2015 col testo della diffida quasi parola per parola. Un testo che poi è stato aggiornato più volte, in pratica una volta al mese fino al 27 settembre 2016, come se periodicamente la proprietaria facesse firmare alla confezionista lo stesso documento, per mettersi al riparo in caso di controlli. Ci sono poi intercettazioni nelle quali la proprietaria avrebbe contattato potenziali testimoni per chiedere che dessero una versione dei fatti a lei favorevole. In particolare con l’elettricista Pollazzi, quando nessuno dei due era ancora indagato, per concordare una versione da dare ai carabinieri, ma anche con un commercialista non ancora identificato per la questione della diffida.
Quanto ai cinesi, la confezionista Hu Yinyan era ancora ricoverata in ospedale quando ha cominciato a dare istruzioni al marito sul recupero dei macchinari dai locali sequestrati (idea poi scartata) e di un libretto verde sul quale era annotata la contabilità al nero (già recuperato dai carabinieri). Com’era già accaduto per i titolari della Teresa Moda, sembra che la principale preoccupazione dei due confezionisti fosse quella di ripartire al più presto col lavoro, mentre già prendevano contatti coi parenti delle vittime per un eventuale risarcimento (anche questa una scena già vista).
«La collaborazione dei cittadini è fondamentale per prevenire questo tipo di fatti - ha commentato il procuratore capo Giuseppe Nicolosi - perché sono situazioni che difficilmente possono essere controllate dalle forze dell’ordine. Nel dubbio, meglio una segnalazione in più che una in meno».
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