Il Tirreno

Prato

L’operaio licenziato diventa poeta

Ultimo giorno in fabbrica, si spengono i macchinari, si smette di tingere le pezze dopo quasi cinquant’anni.E lui, l’operaio lasciato a piedi insieme ad altri sedici colleghi, si sente di dedicare...

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Ultimo giorno in fabbrica, si spengono i macchinari, si smette di tingere le pezze dopo quasi cinquant’anni.

E lui, l’operaio lasciato a piedi insieme ad altri sedici colleghi, si sente di dedicare loro una piccola poesia, quasi una confessione amara di chi per una vita ha creduto nel tessile.

Perché, come scrive al Tirreno questo lavoratore, «dietro i fallimenti ci sono persone e famiglie». A fallire è la tintoria Tre Monti di Cantagallo, in Vallata: la dichiarazione del tribunale è del 4 ottobre scorso.

Pochi giorni prima era stata raccontato la storia dell’azienda, la parabola discendente di una fabbrica pratese in cui ci rimettono tutti, dal giovane chimico all’operaio che da 40 anni cura il lavoro in ufficio come fosse casa sua.

Questa è la poesia scritta dall’ormai ex operaio: «Credo nel filato, origine di trame infinite, credo nella rocca e nella matassa, Madri di tele che hanno vestito ogni umano. Credo nel tessile, Padre di generazioni e generazioni».

L’operaio la spiega così: «Si tratta di una vera e propria fede, il cui verbo è stato diffuso, sostenuto e difeso da tutti quegli operai che hanno continuato a credere nelle sue origini nonostante i tempi duri». L’operaio senza lavoro che ha scritto al Tirreno non ha nome e cognome ma a parlare, senza bisogno di presentazioni, è il suo genuino e sincero amore per il tessile. (m.l.)

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