Il Tirreno

Prato

La lezione di Iacopo Melio: «Siamo uguali a voi»

di Paolo Nencioni
Iacopo Melio
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Iacopo Melio

Prato, l’attivista per i diritti dei disabili ha parlato dell’importanza dell’uso corretto delle parole per combattere i pregiudizi

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PRATO. Le parole sono importanti e vanno usate bene, soprattutto quando si parla di disabilità, perché se cambiamo il modo di chiamare qualcosa, quel qualcosa cambia, e cambia anche il modo in cui le persone si relazionano a quel qualcosa.

Iacopo Melio cita il Nanni Moretti di “Palombella Rossa” per sottolineare quanto sia importante l’uso che della lingua italiana fa la gente, ma specialmente fanno i giornali, nel trattare argomenti sensibili. Melio ha 25 anni, studia Scienze politiche («ma l’ultimo esame l’ho dato anni fa»), scrive su Fanpage.it ed è diventato famoso per le sue lotte in tema di diritti civili e per aver fondato all’inizio del 2015 la onlus #vorreiprendereiltreno. Mercoledì pomeriggio era all’auditorium della Camera di commercio, intervistato dal presidente dell’Ordine dei giornalisti Carlo Bartoli, per parlare di mass media e disabilità.

«Oggi i giornali tendono ad anteporre la disabilità alla persona - dice - Fanno passare il messaggio che la disabilità sia una cosa pesante, quando non è sempre così». Il messaggio che lui, Melio, ha tentato invece di far passare nelle due ore di chiacchierata davanti ad alcune decine di persone è il seguente: trattateci come persone alla pari di altre persone. Detta così sembra una banalità, ma anche dalle piccole cose si capisce che non è così semplice. Esempi: Iacopo arriva alla Camera di commercio e il portiere anziché parlare con lui parla con la sua assistente; Iacopo entra in un negozio e la commessa passa dal “lei” del cliente che lo precede al “tu” rivolto a lui (si consoli, è in buona compagnia di tanti stranieri). Melio però non è un integralista dei nuovi termini.

«I ciechi chiamiamoli ciechi - dice - anziché non vedenti». E, oltre al pregio dell’ironia, non la fa cadere troppo dall’alto. Una donna in sala gli chiede quando è nato il vero Iacopo, quando ha scoperto di avere questa potenza comunicativa. Lui la rimbecca col dovuto tatto e le ricorda che può essere definito pregiudizio anche l’atteggiamento di chi tratta gli attivisti per i diritti dei disabili come eroi, come gente che ha un sacco di cose da insegnare: «Non è così, siamo come voi, bravi e meno bravi, intelligenti e stupidi».

E ancora: «Siamo tutti un po’ disabili in qualcosa se non abbiamo gli strumenti per fare quello che vogliamo fare». Pensa a quando gli dicono che è «costretto» in carrozzina. «Non diresti mai che qualcuno è costretto nelle sue scarpe. Ecco, per noi la carrozzina è come un paio di scarpe, ci serve per muoverci».

Concetto ripreso nell’introduzione da Carlo Bartoli quando ha avvertito che le parole non sono neutre ma il loro senso cambia continuamente e bisogna tener conto del carico emotivo o di odio che si portano dietro, adeguandosi all’evoluzione della sensibilità di chi le usa.

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