Gioco
Tessitura Penelope: mobilità per 34 operai, scure sulla produzione
di Maria Lardara
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La sede della tessitura Penelope in via Trasimento a MontemurloMontemurlo, i telai passeranno da 128 a 80 «perché il lavoro è calato». Nei prossimi giorni cominceranno le assemblee sindacali
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PRATO. Penelope non riesce più a tessere come una volta ma in questo caso il personaggio dell’Odissea non c’entra. Fuor di metafora, di questi tempi può essere dura mandare avanti 128 telai, quelli della tessitura Penelope capitanata dalla famiglia Bini, mezzo secolo di vita che si festeggia proprio nel 2017. Scricchiola un baluardo del distretto pratese, una delle aziende più strutturate della filiera (ha sede a Montemurlo), che era riuscita a passare indenne l’annus horribilis della crisi del 2009, cavandosela nel 2010 con un anno di cassa integrazione straordinaria per i lavoratori ma senza mai mandare a casa nessuno.
Stavolta però è diverso, due giorni fa l’azienda ha comunicato ai sindacati (Filctem-Cgil, Femca-Cisl e Uiltec-Uil) l’avvio di una procedura di mobilità per 34 lavoratori su una pianta organica di 112 dipendenti. «Il lavoro è calato, per rimanere in piedi e continuare a guardare al futuro abbiamo bisogno di ridurre il parco macchine passando da 128 a 80 telai», fa sapere al telefono la famiglia Bini, a capo della storica tessitura di Montemurlo (il fondatore, Roberto Bini, noto imprenditore tessile, è stato socio di maggioranza di Eurotintoria chiusa nel 2015). Produttrice prima per conto terzi e poi in proprio di tessuti greggi in lana e misto lana, in passato la tessitura s’era legata alle sorti del gruppo Borgosesia, holding di partecipazione nel tessile, immobiliare e risparmio gestito messa in liquidazione alla fine del 2015, detentrice appunto di alcune quote in Penelope. Ma questo è un altro capitolo nella storia della Penelope che ha sempre prodotto i suoi tessuti nello stabilimento di via Trasimeno, tutte lavorazioni made in Italy.
Tra le motivazioni che l’azienda adduce per giustificare l’avvio della procedura di mobilità, anche la concorrenza spietata dei mercati esteri, in primis Cina, India e Turchia. Nel 2013 fu deciso di affittare un ramo di azienda, il settore del controllo qualità, a un’azienda artigiana costituita ad hoc, la Nuovo Centro controllo qualità tessile srl, con il passaggio di 15 dipendenti nella nuova ditta. L’esperimento durò poco: due anni dopo, il settore rammendo fu riassorbito dalla tessitura madre con il rientro dei lavoratori nella pianta organica della Penelope.
Dal punto di vista sindacale, la partita è ancora tutta aperta: occorre aspettare altri 40 giorni (25 di consultazione sindacale, 15 di fase “amministrativa” in Provincia e Regione) in cui i sindacati cercheranno di trattare per scongiurare il licenziamento dei 34 lavoratori, proponendo alla parte datoriale l’utilizzo di ammortizzatori sociali come un nuovo ricorso alla cassa integrazione straordinaria, nelle pieghe degli strumenti consentiti dal Jobs Act. Dalla proprietà dell’azienda (una realtà che è sempre stata piuttosto sindacalizzata al suo interno) si fa sapere che «i rapporti sindacali sono sempre stati buoni e che sarà fatto il massimo per salvaguardare i dipendenti».
Nei prossimi giorni inizieranno le prime assemblee sindacali con il personale.
©RIPRODUZIONE RISERVATA
Stavolta però è diverso, due giorni fa l’azienda ha comunicato ai sindacati (Filctem-Cgil, Femca-Cisl e Uiltec-Uil) l’avvio di una procedura di mobilità per 34 lavoratori su una pianta organica di 112 dipendenti. «Il lavoro è calato, per rimanere in piedi e continuare a guardare al futuro abbiamo bisogno di ridurre il parco macchine passando da 128 a 80 telai», fa sapere al telefono la famiglia Bini, a capo della storica tessitura di Montemurlo (il fondatore, Roberto Bini, noto imprenditore tessile, è stato socio di maggioranza di Eurotintoria chiusa nel 2015). Produttrice prima per conto terzi e poi in proprio di tessuti greggi in lana e misto lana, in passato la tessitura s’era legata alle sorti del gruppo Borgosesia, holding di partecipazione nel tessile, immobiliare e risparmio gestito messa in liquidazione alla fine del 2015, detentrice appunto di alcune quote in Penelope. Ma questo è un altro capitolo nella storia della Penelope che ha sempre prodotto i suoi tessuti nello stabilimento di via Trasimeno, tutte lavorazioni made in Italy.
Tra le motivazioni che l’azienda adduce per giustificare l’avvio della procedura di mobilità, anche la concorrenza spietata dei mercati esteri, in primis Cina, India e Turchia. Nel 2013 fu deciso di affittare un ramo di azienda, il settore del controllo qualità, a un’azienda artigiana costituita ad hoc, la Nuovo Centro controllo qualità tessile srl, con il passaggio di 15 dipendenti nella nuova ditta. L’esperimento durò poco: due anni dopo, il settore rammendo fu riassorbito dalla tessitura madre con il rientro dei lavoratori nella pianta organica della Penelope.
Dal punto di vista sindacale, la partita è ancora tutta aperta: occorre aspettare altri 40 giorni (25 di consultazione sindacale, 15 di fase “amministrativa” in Provincia e Regione) in cui i sindacati cercheranno di trattare per scongiurare il licenziamento dei 34 lavoratori, proponendo alla parte datoriale l’utilizzo di ammortizzatori sociali come un nuovo ricorso alla cassa integrazione straordinaria, nelle pieghe degli strumenti consentiti dal Jobs Act. Dalla proprietà dell’azienda (una realtà che è sempre stata piuttosto sindacalizzata al suo interno) si fa sapere che «i rapporti sindacali sono sempre stati buoni e che sarà fatto il massimo per salvaguardare i dipendenti».
Nei prossimi giorni inizieranno le prime assemblee sindacali con il personale.
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