La manifestazione
«Facciamo la scuola dei tessitori»
di Maria Lardara
È la proposta del preside del Buzzi. Operai e tecnici richiesti anche da altre regioni ma le figure mancano
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PRATO. Fanno gola persino alle aziende emiliane. Prato, terra di tessitori, filatori, chimici tintori e di tante altre figure legate al ciclo della filiera tessile. Dall’Emilia si spingono fino al nostro distretto, bussano alla porta del Centro per l’Impiego per scovare i nostri preziosi tecnici di produzione. Sanno che per tradizione il distretto pratese è un vivaio di competenze tecniche e professionali specifiche. Ma non è detto che li trovino. «Sì, è vero, ultimamente abbiamo più richiesta per il tessile, anche da fuori regione, ma facciamo difficoltà a reperire certi profili», ammette il direttore del Centro per l’Impiego Michele Del Campo intervenendo sul tema della carenza di tessitori sul mercato, tanto da spingere un colosso del lavoro interinale come Adecco Italia a organizzare a Prato un corso specifico, in collaborazione con Pin.
E in effetti, scorrendo la lista degli annunci in preselezione sulla bacheca del Centro per l’Impiego, l’80% delle offerte ruota intorno al comparto chiave dell’industria manifatturiera pratese: dal cardatore al tecnico di filato, dall’addetto al controllo di qualità al chimico tessile, dalla campionarista al perito tessile, dalla campionarista al ritorcitore o roccatore.
«Negli anni il tessile ha perso competenze che non si è voluto mantenere. Il problema è strutturale: a furia di dire che nel tessile non c’era più futuro abbiamo smantellato un tessuto di preziose competenze, che ora scarseggiano o con difficoltà s’adattano alle innovazioni». Del Campo è ancora più preciso, dall’alto della sua esperienza che gli ha fatto conoscere le tante trasformazioni del distretto. «Prendi un perito tessile che esce dal “Buzzi”: questi troverà più facilmente uno sbocco a differenza di un tessitore certamente più in difficoltà perché una tessitura che magari ha investito in macchinari gli richiede ora competenze in macchinari specifici». Un po’di responsabilità ce l’avrebbero anche certi imprenditori pratesi, più orientati a inquadrare i giovani che vogliono imparare un mestiere con lo strumento del tirocinio, certamente meno oneroso per le loro tasche (il tirocinante “guadagna” 500 euro al mese).
Contratti di apprendistato invece col contagocce, nonostante il Jobs Act abbia riformato questa tipologia contrattuale (l’età dell’apprendista è stata prolungata fino a 29 anni, per un massimo di tre anni). Insomma, anche gli imprenditori dovrebbero fare la loro parte investendo più in formazione e “fidelizzando” la risorsa specie se questa sul mercato è scarsa. E invece nel 2016, rimanendo nel tessile-abbigliamento pratese, l’80% dei nuovi contratti sottoscritti dalle aziende italiane era a tempo determinato (dunque più precarietà), il 95% a tempo indeterminato nel caso di ditte cinesi.
«A Prato occorre una riflessione strutturale sul mercato del lavoro per fare in modo che non si perdano ancora competenze e si ricostruiscano quelle funzionali al tessile – auspica Del Campo – Serve un’esperienza di formazione locale radicata sul territorio e partecipata sia dalle parti sociali che dalle istituzioni».
Ma il settore della formazione, si sa, sta vivendo un momento delicato all’indomani del passaggio di competenze alla Regione e la soppressione della Province (sempre incerto il destino della Fil, ex società in house della Provincia che si è sempre occupata di questo). Come si formano allora i tessitori? Chi si diploma sui banchi del Buzzi guarda ad altri orizzonti. «Metà di quelli che escono dall’indirizzo moda si iscrivono all’università – conferma il preside Erminio Serniotti – A Prato comunque si registra sul piano della formazione una sfasatura tra la manodopera specializzata che cercano le aziende e quella dei tecnici di produzione, di livello superiore, che passano dal “Buzzi. Bisognerebbe forse riprendere quel tentativo fatto anni fa con l’istituto “Marconi” portando lì un indirizzo legato al tessile così da lasciare al “Buzzi” i compiti della formazione tecnica e al “Marconi” l’ambito della formazione professionale». Difficile discuterne quando, anche per il prossimo anno scolastico, si profila per la scuola di via Galcianese una reggenza anziché un preside a tempo pieno.
E in effetti, scorrendo la lista degli annunci in preselezione sulla bacheca del Centro per l’Impiego, l’80% delle offerte ruota intorno al comparto chiave dell’industria manifatturiera pratese: dal cardatore al tecnico di filato, dall’addetto al controllo di qualità al chimico tessile, dalla campionarista al perito tessile, dalla campionarista al ritorcitore o roccatore.
«Negli anni il tessile ha perso competenze che non si è voluto mantenere. Il problema è strutturale: a furia di dire che nel tessile non c’era più futuro abbiamo smantellato un tessuto di preziose competenze, che ora scarseggiano o con difficoltà s’adattano alle innovazioni». Del Campo è ancora più preciso, dall’alto della sua esperienza che gli ha fatto conoscere le tante trasformazioni del distretto. «Prendi un perito tessile che esce dal “Buzzi”: questi troverà più facilmente uno sbocco a differenza di un tessitore certamente più in difficoltà perché una tessitura che magari ha investito in macchinari gli richiede ora competenze in macchinari specifici». Un po’di responsabilità ce l’avrebbero anche certi imprenditori pratesi, più orientati a inquadrare i giovani che vogliono imparare un mestiere con lo strumento del tirocinio, certamente meno oneroso per le loro tasche (il tirocinante “guadagna” 500 euro al mese).
Contratti di apprendistato invece col contagocce, nonostante il Jobs Act abbia riformato questa tipologia contrattuale (l’età dell’apprendista è stata prolungata fino a 29 anni, per un massimo di tre anni). Insomma, anche gli imprenditori dovrebbero fare la loro parte investendo più in formazione e “fidelizzando” la risorsa specie se questa sul mercato è scarsa. E invece nel 2016, rimanendo nel tessile-abbigliamento pratese, l’80% dei nuovi contratti sottoscritti dalle aziende italiane era a tempo determinato (dunque più precarietà), il 95% a tempo indeterminato nel caso di ditte cinesi.
«A Prato occorre una riflessione strutturale sul mercato del lavoro per fare in modo che non si perdano ancora competenze e si ricostruiscano quelle funzionali al tessile – auspica Del Campo – Serve un’esperienza di formazione locale radicata sul territorio e partecipata sia dalle parti sociali che dalle istituzioni».
Ma il settore della formazione, si sa, sta vivendo un momento delicato all’indomani del passaggio di competenze alla Regione e la soppressione della Province (sempre incerto il destino della Fil, ex società in house della Provincia che si è sempre occupata di questo). Come si formano allora i tessitori? Chi si diploma sui banchi del Buzzi guarda ad altri orizzonti. «Metà di quelli che escono dall’indirizzo moda si iscrivono all’università – conferma il preside Erminio Serniotti – A Prato comunque si registra sul piano della formazione una sfasatura tra la manodopera specializzata che cercano le aziende e quella dei tecnici di produzione, di livello superiore, che passano dal “Buzzi. Bisognerebbe forse riprendere quel tentativo fatto anni fa con l’istituto “Marconi” portando lì un indirizzo legato al tessile così da lasciare al “Buzzi” i compiti della formazione tecnica e al “Marconi” l’ambito della formazione professionale». Difficile discuterne quando, anche per il prossimo anno scolastico, si profila per la scuola di via Galcianese una reggenza anziché un preside a tempo pieno.
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