Finanza
Pacini confessa e chiede di patteggiare
di Ilenia Reali
Il procuratore di calcio racconta ai pm il reclutamento dei baby atleti
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PRATO. «Confermo, è così che aiutavamo i giovani africani a diventare campioni del calcio italiano». Ha ammesso, punto su punto, le proprie responsabilità, chiarito le intercettazioni e ricostruito il sistema che portava giovanissimi talenti del calcio, africani, in Toscana. A Prato e a Firenze.
Al termine di un lungo interrogatorio, durato oltre 9 ore, davanti al sostituto procuratore della Repubblica Lorenzo Gestri che coordina le indagini con il collega Lorenzo Boscagli, ha deciso di presentare una richiesta di patteggiamento.
Filippo Pacini, procuratore di calcio, assistito dagli avvocati Stefano Belli e Cristina Lenzi, ha chiesto un patteggiamento per un anno e nove mesi con pena sospesa per l’ingresso illegale di stranieri in Italia. Con lui, 34 anni, sono indagati anche l’ex presidente del Prato Paolo Toccafondi che ha lasciato la poltrona alla sorella Donatella e il presidente della Sestese Filippo Giusti. Pacini, che non avrebbe potuto tesserare i ragazzi fino all’età dei 16 anni avrebbe ammesso di favorire l’ingresso degli atleti in Italia per poi poter contare su un vivaio di fuoriclasse avendone favorito provini e inserimenti dopo l’invito a fare stage nelle società calcistiche per tre mesi, il tempo in cui i giovanissimi venivano messi alla prova per capire se avessero talento così come dimostrato già da uno di loro. Pacini ha confermato anche di essersi reso disponibile, quando era allenatore in seconda a fare da tutore a uno dei quattro ragazzi che arrivarono in Toscana nel 2013 quando ancora si poteva, da tutori, tesserare i giovani atleti. Una pratica che poi aveva subito una restrizione dopo lo scandalo che nel 2014 aveva coinvolto il Barcellona. L’inchiesta sull’arrivo dei giovani atleti anche al Prato calcio è nata dalla denuncia presentata da un allenatore ivoriano della Sestese che, avendo un contenzioso economico con la società, non riuscendo ad ottenere quello che chiedeva, ha deciso di raccontare la vicenda dell’ultimo tesserato in casa Sestese, ovvero un ragazzo del 2003 arrivato dalla Costa d’Avorio, una vera e propria promessa del calcio, prima appoggiato all’Ac Prato e poi tesserato dalla società del presidente Giusti e già venduto alla Fiorentina grazie alla firma messa su tutti i documenti dalla madre Stephanie Nety. Una vicenda tutta regolare ma solo apparentemente perché in realtà l’allenatore ivoriano ha raccontato che quel ragazzo non era affatto figlio legittimo della signora Nety, bensì era stato fatto arrivare in Italia producendo una falsa dichiarazione di maternità per ottenere il ricongiungimento famigliare. E questo sarebbe stato l’ultimo di una serie di altri ragazzi africani fatti arrivare con lettere di invito e poi trattenuti in Italia oltre il termine dei 3 mesi previsti dalla legge con varie scappatoie.
E di cui appunto nell’interrogatorio, alla presenza anche del capo della squadra mobile Francesco Nannucci, ha dato conferma il procuratore Pacini. «Pacini – ha poi confermato il procuratore capo Giuseppe Nicolosi – ha contribuito a chiarire la vicenda in modo puntuale e coerente confermando quando emerso dalle indagini».
Al termine di un lungo interrogatorio, durato oltre 9 ore, davanti al sostituto procuratore della Repubblica Lorenzo Gestri che coordina le indagini con il collega Lorenzo Boscagli, ha deciso di presentare una richiesta di patteggiamento.
Filippo Pacini, procuratore di calcio, assistito dagli avvocati Stefano Belli e Cristina Lenzi, ha chiesto un patteggiamento per un anno e nove mesi con pena sospesa per l’ingresso illegale di stranieri in Italia. Con lui, 34 anni, sono indagati anche l’ex presidente del Prato Paolo Toccafondi che ha lasciato la poltrona alla sorella Donatella e il presidente della Sestese Filippo Giusti. Pacini, che non avrebbe potuto tesserare i ragazzi fino all’età dei 16 anni avrebbe ammesso di favorire l’ingresso degli atleti in Italia per poi poter contare su un vivaio di fuoriclasse avendone favorito provini e inserimenti dopo l’invito a fare stage nelle società calcistiche per tre mesi, il tempo in cui i giovanissimi venivano messi alla prova per capire se avessero talento così come dimostrato già da uno di loro. Pacini ha confermato anche di essersi reso disponibile, quando era allenatore in seconda a fare da tutore a uno dei quattro ragazzi che arrivarono in Toscana nel 2013 quando ancora si poteva, da tutori, tesserare i giovani atleti. Una pratica che poi aveva subito una restrizione dopo lo scandalo che nel 2014 aveva coinvolto il Barcellona. L’inchiesta sull’arrivo dei giovani atleti anche al Prato calcio è nata dalla denuncia presentata da un allenatore ivoriano della Sestese che, avendo un contenzioso economico con la società, non riuscendo ad ottenere quello che chiedeva, ha deciso di raccontare la vicenda dell’ultimo tesserato in casa Sestese, ovvero un ragazzo del 2003 arrivato dalla Costa d’Avorio, una vera e propria promessa del calcio, prima appoggiato all’Ac Prato e poi tesserato dalla società del presidente Giusti e già venduto alla Fiorentina grazie alla firma messa su tutti i documenti dalla madre Stephanie Nety. Una vicenda tutta regolare ma solo apparentemente perché in realtà l’allenatore ivoriano ha raccontato che quel ragazzo non era affatto figlio legittimo della signora Nety, bensì era stato fatto arrivare in Italia producendo una falsa dichiarazione di maternità per ottenere il ricongiungimento famigliare. E questo sarebbe stato l’ultimo di una serie di altri ragazzi africani fatti arrivare con lettere di invito e poi trattenuti in Italia oltre il termine dei 3 mesi previsti dalla legge con varie scappatoie.
E di cui appunto nell’interrogatorio, alla presenza anche del capo della squadra mobile Francesco Nannucci, ha dato conferma il procuratore Pacini. «Pacini – ha poi confermato il procuratore capo Giuseppe Nicolosi – ha contribuito a chiarire la vicenda in modo puntuale e coerente confermando quando emerso dalle indagini».
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