La manifestazione
Uccise senza un perché: condannato
Quattordici anni e due mesi al marocchino che massacrò di botte un connazionale ai giardini
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PRATO. È stato condannato a 14 anni e due mesi di reclusione per omicidio volontario (come chiesto dal pm Laura Canovai) Hicham Legdali, 25 anni, il marocchino che il 26 marzo 2016 uccise a calci e pugni il connazionale Fouad Ouahboun, 64 anni, ai giardini di via del Campaccio.
Legdali, difeso dall’avvocato Antonio Bertei, è comparso ieri davanti al giudice per l’udienza preliminare Francesco Pallini ed è stato giudicato col rito abbreviato, che consente lo sconto di un terzo sulla pena finale. Legdali fu arrestato tre giorni dopo l’omicidio dalla squadra mobile della polizia anche in seguito alle dichiarazioni di una testimone, una donna italiana di 48 anni che aveva assistito all’aggressione ed era stata lei stessa picchiata. Le macchie di sangue della vittima, trovate sul gesso che Legdali aveva a un braccio, non fecero che confermare la tesi accusatoria. L’omicida, che in un primo tempo aveva negato, ora si è scusato coi familiari della vittima. All’origine dell’aggressione ci furono futili motivi, e soprattutto l’abuso di alcol. Secondo quanto ricostruito dagli uomini della squadra mobile agli ordini del vicequestore Francesco Nannucci, quella sera ai giardini di via del Campaccio c’erano quattro persone, tre marocchini e una donna italiana. I quattro avevano bevuto molto, come facevano di solito, e a scatenare l’aggressione, in base al racconto della donna, sarebbe stato un motivo più che futile. Legdali avrebbe chiesto a Ouahboun di farsi un altro goccetto insieme e al suo rifiuto avrebbe reagito male, colpendolo col gesso che aveva al braccio e poi con calci e pugni, fino a massacrarlo. Qualche colpo se lo prese anche la donna italiana che poi è diventata testimone dell’accusa. Legdali invece sul momento disse di non ricordarsi quasi nulla, tanto che fu fermato dalla polizia nei pressi dei giardini dove era avvenuto l’omicidio.
Legdali, difeso dall’avvocato Antonio Bertei, è comparso ieri davanti al giudice per l’udienza preliminare Francesco Pallini ed è stato giudicato col rito abbreviato, che consente lo sconto di un terzo sulla pena finale. Legdali fu arrestato tre giorni dopo l’omicidio dalla squadra mobile della polizia anche in seguito alle dichiarazioni di una testimone, una donna italiana di 48 anni che aveva assistito all’aggressione ed era stata lei stessa picchiata. Le macchie di sangue della vittima, trovate sul gesso che Legdali aveva a un braccio, non fecero che confermare la tesi accusatoria. L’omicida, che in un primo tempo aveva negato, ora si è scusato coi familiari della vittima. All’origine dell’aggressione ci furono futili motivi, e soprattutto l’abuso di alcol. Secondo quanto ricostruito dagli uomini della squadra mobile agli ordini del vicequestore Francesco Nannucci, quella sera ai giardini di via del Campaccio c’erano quattro persone, tre marocchini e una donna italiana. I quattro avevano bevuto molto, come facevano di solito, e a scatenare l’aggressione, in base al racconto della donna, sarebbe stato un motivo più che futile. Legdali avrebbe chiesto a Ouahboun di farsi un altro goccetto insieme e al suo rifiuto avrebbe reagito male, colpendolo col gesso che aveva al braccio e poi con calci e pugni, fino a massacrarlo. Qualche colpo se lo prese anche la donna italiana che poi è diventata testimone dell’accusa. Legdali invece sul momento disse di non ricordarsi quasi nulla, tanto che fu fermato dalla polizia nei pressi dei giardini dove era avvenuto l’omicidio.
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