Il Tirreno

Prato

Il Consolato cinese non paga, beffato un architetto

di Paolo Nencioni
L'architetto pratese Stefano Mordini che non riesce a riscuotere dai cinesi
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L'architetto pratese Stefano Mordini che non riesce a riscuotere dai cinesi

Stefano Mordini ha firmato il progetto per l’allargamento della sede di Firenze ma da anni non riesce a riscuotere una parcella di 47.000 euro. E una legge gli impedisce di pignorare i conti diplomatici

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PRATO. Da quasi dieci anni un architetto pratese, Stefano Mordini, tenta invano di riscuotere una parcella di 47.000 euro dal Consolato cinese di Firenze. E nonostante il Tribunale gli abbia dato ragione, Mordini dispera di vedere mai quei soldi, perché dopo l’inizio della causa è spuntata una norma con la quale lo Stato italiano mette al riparo i conti delle sedi diplomatiche straniere dalla possibilità di essere pignorati. In altre parole, la giustizia italiana dice che quella parcella deve essere pagata, ma allo stesso tempo afferma che se i cinesi non pagano non ci si può fare niente. Una situazione paradossale che Mordini, assistito dallo studio legale Calzolai, ha deciso di raccontare nel dettaglio.

La storia inizia nel 2006, quando Mordini, insieme a un paio di ingegneri, viene incaricato di redigere il progetto per l’allargamento della sede consolare di via della Robbia, a Firenze. L’architetto elabora il progetto e lo stesso fanno gli ingegneri, per la parte strutturale e l’impianto di riscaldamento. Tutto fila liscio fin quando si tratta di riscuotere. A quel punto l’architetto Mordini e i colleghi ingegneri scoprono che il Consolato non ha nessuna intenzione di pagare. O meglio, i cinesi dicono di aver già pagato l’impresa alla quale hanno affidato i lavori edili, la Bejing Shang Zhi Constructione Systems, che a sua volta aveva appaltato i lavori alla Long Costruzioni edili di Li Long: in totale 190.000 euro.

All’architetto e ai due ingegneri questo non risulta, in ogni caso non hanno visto una lira, né della Bejing Shang Zhi, né dalla Long Costruzioni. Qui evidentemente qualcuno ciurla nel manico e così partono le azioni legali nei confronti del Consolato, che si oppone a un primo decreto ingiuntivo sostenendo anche di non poter essere giudicato da un giudice italiano, in virtù della Convenzione di Vienna sulle relazioni consolari, argomento subito superato dal giudice civile di Prato, Caterina Condò, la quale però non si ferma qui. Il Consolato dice di aver pagato anche le spese di progettazione alla Bejing Shang Zhi, ma non ne dà alcuna prova. Ecco perché alla fine di una lunga causa il giudice dà ragione all’architetto Mordini e condanna la rappresentanza diplomatica cinese a versargli la parcella di 32.640 euro oltre alle spese legali, sentenza confermata in appello con un conto che sale a complessivi 47 mila euro.

In un contesto normale questa sarebbe la fine della storia: basta chiedere il pagamento in forza della sentenza o procedere al pignoramento. Ma questo non è un contesto normale, perché le rappresentanze diplomatiche sono pezzi di Stati esteri incuneati nello Stato che li ospita. E l’architetto Mordini ha scoperto che anche i loro conti correnti sono blindati. Lo prescrive l’articolo 19 bis della legge 162 del 2014, nella parte in cui si dice che non sono soggette ad esecuzione forzata le somme a disposizione delle sedi diplomatiche il cui responsabile della rappresentanza abbia dichiarato che servono all’espletamento delle funzioni consolari. In realtà lo hanno scoperto i due ingegneri, che hanno tentato di recuperare cifre minori ed è stato loro negato. Mordini, appresa la notizia, non ha neppure tentato. «L’unico modo sarebbe sollevare una questione di legittimità costituzionale - spiega l’avvocato Giulia Anfuso dello studio Calzolai - ma è chiaro che si tratta di una procedura lunga e complicata». Par di capire che l’architetto Mordini dovrà rassegnarsi ad aver lavorato gratis. Ma è certo che non accetterà altri incarichi dai cinesi.

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