Il Tirreno

Prato

Veronesi: "Malaparte è stato un grande ma l'Italia lo snobba"

di Azelio Biagioni
Lo scrittore Sandro Veronesi
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Lo scrittore Sandro Veronesi

Lo scrittore terrà una lectio magistralis il 19 luglio in occasione del 60° anniversario della morte dell'autore di "Maledetti toscani"

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PRATO. Da scrittore a scrittore. Sarà Sandro Veronesi a ricordare, con una lectio magistralis, Curzio Malaparte. È l’appuntamento più importante all’interno del ciclo di incontri promossi dal Comune di Prato in occasione del 60° della morte di Kurt Erich Suckert (questo il vero nome dell’intellettuale, nato a Prato il 9 giugno 1898 e morto a Roma il 19 luglio 1957). Veronesi, che fra gli altri premi ha vinto nel 2006 lo Strega, sarà alla Corte delle Sculture della biblioteca Lazzerini (ingresso libero) mercoledì 19 luglio alle ore 21,30.

Veronesi, lei ha deciso di tenere la lectio magistralis su “Mamma marcia” che può essere considerato il testamento malapartiano.

«È l’opera incompiuta di Curzio Malaparte, quella che non è riuscito a terminare. In modo suggestivo l’autore battezza come malata l’Europa che sta nascendo. Un’Europa marcia, come la madre che l’ha generata. Oggi vediamo come riemerge il marcio e come il concetto di Europa unita si stia sgretolando. “Mamma marcia” letto qualche anno fa era diverso, ma se oggi sfogliamo le pagine di quel libro capiamo la profezia di Malaparte. Mi sono molto appassionato a quel testo, l’ho letto più volte e durante l’incontro a Prato ne parlerò oltre a leggerne alcuni brani. Racconterò di Malaparte in generale e poi di una strana concomitanza con un’immagine di Pier Paolo Pasolini e della sua visione».

All’ultimo esame di maturità, molti studenti (e non solo) hanno fatto un salto sulla sedia quando hanno letto il nome di Giorgio Caproni per una delle tracce del tema di italiano. Un autore a molti sconosciuto. Anche Curzio Malaparte è uno sconosciuto?

«Allora, partiamo da Caproni. Bene hanno fatto a darlo come traccia e dico che non c’è scusante per non conoscere Caproni. È grave se molti nemmeno sanno chi è questo poeta. Ma anche Malaparte, in Italia, è poco conosciuto».

Nelle antologie di italiano non c’è nemmeno un testo dell’autore di “Maledetti toscani”. Quale può essere il motivo che ha portato a mettere da parte lo scrittore? Il suo essere stato fascista può aver influito?

«Guardi, la stessa domanda che lei fa a me io l’ho posta ai grandi della letteratura che ho conosciuto. Come Alberto Moravia e Manlio Cancogni, per citarne un paio. E tutti mi hanno risposto la stessa cosa. In pratica quello che ha pesato su Malaparte è stato il suo comportamento che non è piaciuto a nessuno di loro. Il suo modo di fare, non certo dal punto di vista dello scrivere, non ha lasciato in chi lo ha conosciuto ricordi buoni. Ci vorrà quindi del tempo affinché l’alone sul Malaparte uomo passi in secondo piano, per lasciare spazio a Malaparte scrittore. L’unico che ho sentito diverso era Attilio Bertolucci che scriveva di lui con una certa tenerezza anche se ironica. Nessuno, però, mi ha mai accennato all’orientamento politico di Malaparte. Non dimentichiamo poi che Malaparte aderì al fascismo ma poi si discostò dal regime».

Come può definire il modo di scrivere di Malaparte?

«Uno stile del primo Novecento con chiare tracce ottocentesche europee e in particolare francesi per quanto riguarda l’enfasi retorica. Negli strumenti grammaticali Curzio Malaparte era magistrale e poi ha delle accelerazioni quasi futuriste, un elemento di rinnovamento. Nella parte centrale affiora il suo stile moderno. La prosa con lui fa passi in avanti. Curzio Malaparte non è assolutamente un autore minore, anzi meriterebbe un posto d’onore. La causa del suo essere poco conosciuto, come detto, è stata la messa al bando dal punto di vista umano e non tanto per la politica. Questo ha impedito che la sua opera sia conosciuta e quindi apprezzata. All’estero, invece, è molto noto. Sono state scritte più biografie di Malaparte in Francia che in Italia».

Un personaggio poliedrico, a 360 gradi...

«Oltre che scrittore e giornalista, ha diretto un film, “Il Cristo proibito” del quale ha curato tutto dalla regia alla musica lasciando la fotografia ad un grande qual è stato Gàbor Pogàny. Si tratta di una pellicola bellissima. Non è, comunque, l’unico scrittore che ha spaziato in altri campi per via della sensibilità artistica. Mi sarei stupito se Malaparte non avesse fatto tutte le cose che oggi possiamo annoverare. Ha lasciato anche copioni sia teatrali che cinematografici che potrebbero ancora essere realizzati. Il suo era un talento debordante».
Prato, secondo lei, ha ricordato nel corso degli anni questa illustre figura in maniera adeguata?
«Certo, la città ha messo in piedi diverse iniziative. Ma sono del parere che i convegni vadano fatti anche fuori da qui. Stiamo parlando di uno scrittore dal respiro europeo. Di lui se ne parla in un convegno magari a Parigi, ma non a Roma o a Milano».

E per quanto riguarda il fondo Malaparte?

«Averlo a Prato sarebbe certo un bel colpo. Ma conosciamo le vicende inerenti Marcello Dell’Utri che acquistò tutto il materiale anni fa e che ora si trova alla biblioteca di via Senato a Milano. Se fosse a Prato la città diventerebbe polo di attrazione per gli studiosi malapartiani di tutto il mondo. In un archivio, come si sa, ci sono le prove storiche. In quello di Malaparte si parla anche di architettura. Lo scrittore disattese, ad esempio, quello che era il progetto dell’architetto Adalberto Libera per la sua dimora a Capri, e la gradinata della villa sull’isola l’ha pensata Malaparte stesso».

Veronesi, ma i suoi colleghi scrittori hanno letto le opere di Malaparte?

«Molti assolutamente no».

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