Il Tirreno

Prato

Santa Caterina, la rivolta dei profughi 

di Paolo Nencioni
Santa Caterina, la rivolta dei profughi 

Crescono le revoche dell’accoglienza per la mancata frequenza ai corsi di italiano e scoppia la protesta degli africani

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PRATO. Alcuni parlano inglese, altri francese, ma una frase in italiano l’hanno imparata, e la ripetono, quasi tutti: «Questo non va bene». Sono i richiedenti asilo che ieri mattina hanno inscenato una manifestazione di protesta davanti al Centro di accoglienza straordinaria Santa Caterina gestito da Coop 22 e Fondazione Santa Rita in via San Vincenzo. Prima di mezzogiorno sono scesi in strada e hanno iniziato a urlare, provocando in breve tempo l’intervento di polizia, carabinieri e vigili urbani.

Che cosa non va bene, secondo i profughi, tutti maschi, quasi tutti provenienti da paesi africani, lo si è capito dopo qualche minuto. Non va bene che molti di loro, decine, siano stati allontanati dal centro, su decisione della Prefettura, per aver violato alcune regole interne. Una su tutte: non aver frequentato sempre i corsi di italiano. Loro negano ma la Prefettura conferma. E confermano anche i responsabili del centro. Secondo Nicoletta Ulivi sono una trentina i profughi allontanati nelle ultime settimane solo nelle strutture gestite da Coop 22, quasi tutti per lo stesso motivo.

A innescare la protesta di ieri mattina è stata l’ennesima revoca dell’accoglienza a un giovane nigeriano, che ha messo insieme gli ospiti del centro e altri già allontanati per protestare con forza.

Sullo sfondo si intravede una mezza guerra tra poveri, perché i richiedenti asilo del Santa Caterina sospettano, forse con qualche ragione, che le autorità italiane vogliano fare posto per fronteggiare gli arrivi di altri profughi e quelli attesi nelle prossime settimane, visto che siamo nel mezzo dell’ennesima emergenza sbarchi. In effetti il Cas di via San Vincenzo ospitava meno di 100 profughi fino a qualche settimana fa e ora sono già 129, al limite della capienza sopportabile.

La protesta dunque era attesa dagli addetti ai lavori, anche perché non è stata la prima. Il 4 febbraio una trentina di profughi protestarono contro il divieto di uscire dalla struttura da mezzanotte alle 6, mentre il 19 marzo protestarono quelli ospitati in via Roma, ma per l’assenza del segnale wi-fi, e in precedenza (settembre 2016) alzarono la voce i richiedenti asilo ospitati a Poggio a Caiano per la cattiva qualità del cibo.

A un certo punto, ieri mattina, è parso che la situazione potesse degenerare, ma dopo meno di un’ora di presidio polizia e carabinieri hanno tolto le tende, contando sul fatto che i profughi si sarebbero infine calmati da soli. Decisivo si è rivelato il fatto che via San Vincenzo era già chiusa alle auto a causa di un cantiere e così non è stato necessario ripristinare la circolazione con le maniere forti.

«Ci trattano come bambini - dice Ibrahim Eladji, 19 anni, originario della Guinea, seduto sui gradini davanti all’ingresso del centro - Io sono qui da 6 mesi dopo un viaggio di due anni attraverso la Libia. I miei compagni protestano perché li mandano via e non sanno dove andare a dormire». In effetti le revoche dell’accoglienza sono aumentate molto nelle ultime settimane ma questo non risolve il problema, perché chi esce dal programma poi non sparisce e c’è il rischio che vada a ingrossare l’esercito di chi è pronto a tutto per sbarcare il lunario. Ormai non è più un mistero che decine di richiedenti asilo, dopo essere stati utilizzati dai “caporali” nei vigneti del Chianti, lavorino senza contratto nelle confezioni dei cinesi.

Paolo Nencioni

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