Il Tirreno

Prato

Una recensione d’autore per la rivista del Buzzi

di Azelio Biagioni
Roberto Betti e Curzio Malaparte, Prato 1955
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Roberto Betti e Curzio Malaparte, Prato 1955

Prato, Roberta Betti ricorda il suo incontro con lo scrittore-giornalista che sul “Tempo” si complimentò per “Ciricenno”

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PRATO. Dopo averci ricevuto, si siede sullo sgabello del pianoforte, un tre quarti di coda, che ha nel suo appartamento. «Ha ancora un suono meraviglioso”, dice fiera Roberta Betti che ha composto intere pagine di musica per la Rivista del Buzzi e non solo. Una vita, la sua, a contatto con il mondo dello spettacolo e del teatro. A lei si deve la riapertura del Politeama, una donna conosciuta dagli artisti che sanno del suo amore per il teatro. Roberta Betti alza il coperchio della tastiera del piano e suona qualche nota per far sentire come il suo strumento funzioni alla perfezione. Poi prende un raccoglitore, uno dei tanti, dove all’interno sono catalogati i copioni degli spettacoli, gli articoli degli anni che l’hanno vista protagonista insieme ai ragazzi del Buzzi quando era lei a comporre la musica per i vari spettacoli. Musiche che le hanno fatto ricevere i complimenti di Curzio Malaparte in persona quando lo scrittore e giornalista andò al Metastasio ad assistere ad uno spettacolo degli studenti dell’istituto “Tullio Buzzi”.

Dalla cartellina, Roberta Betti, estrae una fotocopia di un articolo che reca la firma di Curzio Malaparte. «Guardi qua che recensione», sventola l’articolo la signora Betti. Ed in effetti quelle parole vergate da questa magica penna del Novecento sono un concentrato di amore che Malaparte indirizza alla sua città natale. «Era il 1955 – ricorda Roberta Betti – Al Metastasio mettevamo in scena la sesta Rivista della prima serie che partì nel 1947 e terminò, appunto, nel 1955 per poi riprendere fra il 1967 e il 1968. La Rivista si chiamava ‘Ciricenno’” ed io ero l’autrice di tutte le musiche». Prima di accennare all’incontro con Malaparte la signora Betti ricorda un aneddoto sul titolo dello spettacolo.

«Venne la Rai per fare alcune riprese – rammenta – Al regista Silvio Giannini il giornalista che arrivava da Firenze chiese il perché di quel titolo e che volesse dire la parola ‘Ciricenno’. E Giannini gli rispose che ‘Ciricenno’ era voce del verbo riesserci. Le risate». Poi Roberta Betti parla di quella sera, quando a teatro andò a vedere la Rivista Curzio Malaparte.

«Io ero una ragazza – ricorda – avevo 20 anni, quindi per quei tempi non ancora maggiorenne. Sapevamo che quella sera avrebbe assistito alla rappresentazione lo scrittore pratese e un po’ emozionati lo eravamo tutti. Malaparte arrivò insieme al suo editore Enrico Vallecchi. Guardò lo spettacolo seduto in un palco – ricorda ancora Betti – Finito il primo atto venne da noi dietro le quinte a complimentarsi. A me disse che avevo composto delle musiche adatte allo spettacolo. Poi si intrattenne col regista e salutò i ragazzi che poco prima aveva visto ballare sul palco. Si fermò con noi il tempo dell’intervallo, quindi tornò a sedersi al suo posto.

La settimana successiva sul settimanale Tempo nella rubrica che Malaparte curava, ‘Battibecco’, scrisse una stupenda recensione su ‘Ciricenno’, dal titolo ‘L’oro dei poveri’”. Curzio Malaparte nell’articolo diceva di essersi trovato davanti «non dilettanti di provincia ma giovani dotati di straordinaria intelligenza, gusto preciso, e di una libertà di spirito che, di solito, gli studenti, e i giovani in generale, non hanno, o non riescono a esprimere, per quella loro smania di far del chiasso e del mostrarsi beceri senza necessità». Sosteneva che gli studenti del Buzzi, sotto la guida di Silvio Giannini, avevano fatto le cose con garbo, ricchezza ed eleganza: «Di cui – scriveva ancora - molti teatri in Italia han perso il segreto».

Nel pezzo l’autore parlava delle ‘soubrettes’ della Rivista del Buzzi, che come a Prato tutti sanno sono i ragazzi che si travestono da donna. Girls della rivista, sottolineava lo scrittore, degne da far invidia a quelle di Wanda Osiris. «Fu l’unica volta che ebbi modo di parlare con Malaparte – aggiunge Roberta Betti – Ricordo la sua eleganza e se devo dare una definizione su di lui direi che è uno dei grandi di Prato».

(4- continua)

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