Il dolore
La figlia: «Io, zingara per caso»
Patrizia Ahmetovic racconta la sua vita difficile, un chirurgo la voleva adottare
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PRATO. Mi chiamo Ahmetovic ma «non volevo andare con gli zingari». Così si racconta Patrizia Ahmetovic, figlia di Djula, in un breve riassunto della sua vita che ci ha portato in redazione dopo i sequestri ordinati dalla Procura.
«Io ricordo che a Prato dormivamo in un grande giardino, ma i vigili ci mandavano via perché eravamo senza fissa dimora. Quando avevo tre anni mio padre e mia madre hanno preso i nostri vestiti e ci hanno portato da Prato a Pistoia al campo nomadi. Lì hanno costruito una tenda e ci vivevamo in otto fratelli. Un giorno nella tenda i miei genitori hanno acceso un fuoco con la legna, mia madre si è allontanata per parlare con una vicina del campo; a un certo punto la tenda si è incendiata, mia madre correva e gridava pensando che mio padre fosse dentro. I fratelli più grandi si sono salvati scappando, io e mia sorella più piccola, aveva un anno, non siamo riuscite a scappare. Mia sorella è morta bruciata, io ho avuto ustioni gravissime e sono stata al Centro ustioni di Pisa per quattro anni dentro una vasca piena di gelatina perché avevo la schiena completamente ustionata e anche le gambe erano del tutto ustionate.
A Pisa un chirurgo, lo chiamavo babbo Ivo, non aveva figli, mi prese dall’ospedale mi portò a casa sua e d sua moglie, dove mi sembra di ricordare abitasse anche un nipote più grande di me. Rimasi da loro tre mesi, “Babbo Ivo” (il chirurgo) mi portava a scuola, mi faceva mangiare a tavola con lui e sua moglie, mi comprò anche un cagnolino vero, un barboncino, dei giocattoli e bambole che tenevo nella mia camera. Camminavo meglio e lui voleva ricostruire il mio corpo appena fossi sviluppata, invece mia mamma venne a cercarmi all’ospedale di Pisa e quando seppe dov’ero venne a prendermi e mi portò via. Io piangevo, non capivo nemmeno una parola di slavo; quando l’ho vista mi sono spaventata, abbracciavo Ivo e sua moglie e volevo rimanere con loro, continuavo a piangere, avevo paura, non volevo andare con gli zingari. Dopo un mesetto Ivo e la moglie vennero a Prato, mi cercarono in tutti i giardini, nei campi dei nomadi, alla stazione. Quando mi trovarono ero malvestita e spettinata, così la signora svenne, non credeva che fossi la stessa. Mi montarono in macchina e mi portarono in un grande magazzino per comprarmi dei vestiti, per lavarmi e buttare via i miei abiti sporchi. Ero tutta nuova e pulita dalla testa ai piedi, poi mi portarono anche in una gioielleria per regalarmi dei piccoli orecchini tondi e una catenina d’oro con un crocifisso di brillantini. Io ero felice, li chiamavo babbo e mamma, piangevo e chiedevo che non mi lasciassero con gli zingari. La mamma mi voleva con se e per tre anni ho sofferto credendo che fossero il chirurgo e sua moglie i miei veri genitori. Ora che ho trentatre anni e tre figli la capisco».
«Io ricordo che a Prato dormivamo in un grande giardino, ma i vigili ci mandavano via perché eravamo senza fissa dimora. Quando avevo tre anni mio padre e mia madre hanno preso i nostri vestiti e ci hanno portato da Prato a Pistoia al campo nomadi. Lì hanno costruito una tenda e ci vivevamo in otto fratelli. Un giorno nella tenda i miei genitori hanno acceso un fuoco con la legna, mia madre si è allontanata per parlare con una vicina del campo; a un certo punto la tenda si è incendiata, mia madre correva e gridava pensando che mio padre fosse dentro. I fratelli più grandi si sono salvati scappando, io e mia sorella più piccola, aveva un anno, non siamo riuscite a scappare. Mia sorella è morta bruciata, io ho avuto ustioni gravissime e sono stata al Centro ustioni di Pisa per quattro anni dentro una vasca piena di gelatina perché avevo la schiena completamente ustionata e anche le gambe erano del tutto ustionate.
A Pisa un chirurgo, lo chiamavo babbo Ivo, non aveva figli, mi prese dall’ospedale mi portò a casa sua e d sua moglie, dove mi sembra di ricordare abitasse anche un nipote più grande di me. Rimasi da loro tre mesi, “Babbo Ivo” (il chirurgo) mi portava a scuola, mi faceva mangiare a tavola con lui e sua moglie, mi comprò anche un cagnolino vero, un barboncino, dei giocattoli e bambole che tenevo nella mia camera. Camminavo meglio e lui voleva ricostruire il mio corpo appena fossi sviluppata, invece mia mamma venne a cercarmi all’ospedale di Pisa e quando seppe dov’ero venne a prendermi e mi portò via. Io piangevo, non capivo nemmeno una parola di slavo; quando l’ho vista mi sono spaventata, abbracciavo Ivo e sua moglie e volevo rimanere con loro, continuavo a piangere, avevo paura, non volevo andare con gli zingari. Dopo un mesetto Ivo e la moglie vennero a Prato, mi cercarono in tutti i giardini, nei campi dei nomadi, alla stazione. Quando mi trovarono ero malvestita e spettinata, così la signora svenne, non credeva che fossi la stessa. Mi montarono in macchina e mi portarono in un grande magazzino per comprarmi dei vestiti, per lavarmi e buttare via i miei abiti sporchi. Ero tutta nuova e pulita dalla testa ai piedi, poi mi portarono anche in una gioielleria per regalarmi dei piccoli orecchini tondi e una catenina d’oro con un crocifisso di brillantini. Io ero felice, li chiamavo babbo e mamma, piangevo e chiedevo che non mi lasciassero con gli zingari. La mamma mi voleva con se e per tre anni ho sofferto credendo che fossero il chirurgo e sua moglie i miei veri genitori. Ora che ho trentatre anni e tre figli la capisco».
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