Il Tirreno

Prato

Djula: «In quel libretto i soldi della pensione» 

di Paolo Nencioni
Djula: «In quel libretto i soldi della pensione» 

Alla donna hanno sequestrato 25.000 euro e rischia di perdere l’alloggio del Comune «Non è vero che campiamo coi furti e le case un tempo costavano poco...»

5 MINUTI DI LETTURA





PRATO. Se sia una falsa povera o una vera povera saranno i giudici a stabilirlo. Certo è che l’immagine che offre di sé Djula Ahmetovic a chi ha voglia di andare a trovarla è quella di una donna che non se la passa benissimo. Originaria di Mostar, in Bosnia, ha compiuto 70 anni lo scorso 10 maggio ma ormai da mezzo secolo sta a Prato, dove sono nati almeno tre dei suoi dieci figli. Djula aspetta seduta davanti all’ingresso di quella che da un paio d’anni è la sua casa, una stanza con angolo cottura nella corte interna di via Gobetti 78. La casa, un alloggio temporaneo, gliel’ha data il Comune dopo lo sgombero del campo rom di viale Marconi, nell’aprile 2015. E qui sono venuti mercoledì mattina i finanzieri del Nucleo di polizia giudiziaria a sequestrarle un paio di libretti postali e una polizza vita per un valore complessivo di 25.025 euro. Briciole rispetto ai 2 milioni e 412mila euro sequestrati complessivamente ai quattro figli Delija, Alessandro, Valter e Patrizia e ad alcuni altri familiari. L’ipotesi, avallata dal Tribunale, è che questa ricchezza sia frutto di furti (76 le condanne definitive accumulate dai sette soggetti sottoposti alla misura di prevenzione, dieci quelle prese da Djula) e dunque vada confiscata perché è sproporzionata rispetto alle denunce dei redditi dei sette.

Il libretto? C’è la pensione. Una tesi che Djula prova a smontare, seduta sul letto, nel suo italiano che sa ancora tanto di Balcani. «Ma quali furti - sbotta - In quel libretto ci sono i soldi della pensione». Mostra le gambe: «Vedi, mi sono operata, mi hanno messo la plastica dentro, prendo la pensione di invalidità da sette anni». Sono 460 euro al mese, che stando alla sua versione sono i soldi trovati in quel libretto che i finanzieri si sono portati via. Lei spera di recuperarlo perché, dice, non ha altri soldi da parte. Alla Finanza risulta però che abbia comprato 22 auto e una quindicina sono ancora intestate a lei. «Lo so, me l’hanno detto - prova a spiegare - Mi hanno rubato i documenti qualche anno fa e hanno comprato le auto a nome mio». Una versione che al momento non convince gli inquirenti. Quanto ai furti, Djula non ne vuole sentir parlare, anche se le sentenze parlano chiaro. «I miei figli e i miei nipoti lavoravano, c’era chi faceva la parrucchiera, chi cuciva le borse, che andava a raccogliere il ferro. Ora non so che cosa fanno». Di sicuro hanno messo insieme un po’ di soldi per comprare case e terreni. «Ma le case una volta costavano poco - giura la matriarca Ahmetovic - 15.000 euro, 20.000 euro, si prendevano con poco». A lei però una casa non è toccata, anche perché dice che i rapporti coi figli sono pessimi. Ha vissuto a lungo al campo di viale Marconi e poi è finita qui, in questa corte che dall’esterno è anche carina, ma che certo non è una villa. «Io al Comune non ho chiesto niente - dice Djula - Mi hanno messo qui e qui sto, pago le bollette, anche se vorrei stare in una vera casa». Il problema, per l’anziana Ahmetovic, è che rischia di perdere anche questa stanza, se entro 20 giorni, con l’aiuto dell’avvocato Antonio Bertei, non riuscirà a convincere i giudici di non aver detto bugie quando le fu assegnato l’alloggio temporaneo e che quei 25.000 euro sono di provenienza lecita. Nell’organigramma della famiglia allargata Ahmetovic Halilovic l’hanno messa al centro, ma i numeri dicono che i veri obbiettivi della Procura sono i figli.

Gli anni di Mostar. Lei, che forse per un residuo di civetteria dice di avere 65 anni anziché 70 ed esibisce una Madonna di Medjugorje tatuata sul braccio destro, preferisce pensare al passato, alla sua giovinezza in Bosnia e al marito Scevko che ormai se n’è andato da più di vent’anni. Erano insieme a Mostar negli anni Novanta quando infuriava la guerra civile e loro erano nella parte musulmana della città sotto le bombe serbe. «Per scappare aspettammo che arrivassero i francesi delle forze di pace - racconta - Ci nascondemmo negli scatoloni di un camion e così passammo la frontiera insieme ai bambini e tornammo a Prato».

Le donne costano. Sulla consistenza degli averi dei suoi familiari il racconto si fa un po’ più confuso, in particolare per quanto riguarda il “costo” delle donne. «Lo sanno tutti che noi le donne le paghiamo, 30.000, 40.000, anche 50.000 euro. Io ho pagato per le tre donne dei miei figli».

Sembra volersi riferire al matrimonio, anche se forse si tratta di una via di mezzo tra i costi delle nozze e una cospicua dote che viene versata quando si “acquistano” le spose. Stesso discorso per i funerali, anche quelli costano, e non poco. «Io sto mettendo da parte i soldi per il mio - racconta Djula - Quando è toccato a mio marito sono serviti tanti soldi per la bara e tanti soldi per la lapide. E poi c’è il ristorante, viene tanta gente e andiamo tutti a mangiare. So che qui da voi non usa, ma noi andiamo al ristorante dopo il funerale».

Presto però Djula Ahmetovic dovrà pensare all’immediato futuro, con quella spada di Damocle annunciata dal Comune, e cioè che se verranno meno i requisiti per l’alloggio temporaneo dovrà andarsene da via Gobetti e trovarsi un’altra sistemazione. «E dove posso andare - si chiede - I miei figli hanno la loro vita e non mi ospitano. Mi toccherà andare a dormire davanti al Tribunale».

Non lasciare decidere l'algoritmo:

scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google

Cronaca flash

Il dolore

San Giuliano Terme, è morto Tiziano Taccola: storico dirigente socialista

di Redazione Pisa