È di oltre 2 milioni il tesoro nascosto degli Ahmetovic
Sette case, conti bancari, polizze vita, deposito titoli La Finanza sequestra i beni intestati a familiari prestanome
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PRATO. Nel giardino del terratetto di via dei Pioppi, a San Giusto, c’è una grossa aquila, una scultura bianca oltre la quale si alza una scalinata in marmo che introduce all’ingresso del villino. Un camper è parcheggiato nell’accesso del giardino che porta al garage. Una ricchezza ostentata, che contrasta con una dichiarazione Isee da nullatenti e con le denunce dei redditi mai presentate dalla famiglia Ahmetovic. Da ieri il villino di San Giusto, insieme ad altri sei appartamenti, conti correnti, conti deposito, polizze vita ed altro ancora: un patrimonio che supera i 2 milioni e 400.000 euro. Il tutto è stato posto sotto sequestro dopo il blitz del Nucleo di polizia tributaria della Guardia di finanza di Prato. Un’operazione denominata, non per nulla, “falsi poveri”, al culmine di due anni di indagini condotte dai pubblici ministeri Antonio Sangermano e Lorenzo Gestri coordinati dal procuratore capo Giuseppe Nicolosi. L’operazione è stata illustrata ieri in procura da Nicolosi e Gestri, insieme al comandante provinciale della Finanza Amedeo Farruggio e dai collonelli delle Fiamme gialle di Prato Bruno Baldini e Leonardo Bernardi.
L’inchiesta ha consentito di accertare che il patrimonio milionario degli Ahmetovic, dalla capostipite ai quattro figli fino a parenti acquisiti nel tempo, accumulato in quindici anni, è del tutto sproporzionato rispetto ai redditi percepiti e dichiarati. Al punto che, paradosso già al centro di roventi polemiche politiche non appena la notizia si è diffusa attraverso l’informazione on line, due rom, fra cui la capostipite Djula Ahmetovic, risultano beneficiare di alloggi popolari proprio per la loro indigenza. In realtà, come ha poi spiegato il Comune, le due rom non sono assegnatarie di case popolari, ma usufruiscono di un alloggio temporaneo dopo l'allontanamento da viale Marconi dove occupavano abusivamente un terreno pubblico.
Come nasce l’indagine. Come ha spiegato la Procura, l’indagine è partita con l’intenzione di ricostruire la storia patrimoniale di sette appartenenti al nucleo familiare degli Ahmetovic ritenuti soggetti dalla «perdurante pericolosità sociale» per i numerosi precedenti penali a carico (qualcuno ne colleziona fino a dodici) per reati contro il patrimonio, dalla rapina ai furti, dalla truffa alla ricettazione. La premessa della “pericolosità sociale” è uno dei requisiti che ha consentito alle Fiamme gialle di poter indagare sui patrimoni reali, al di là di quanto dichiarato dal gruppo di rom, andando a rovistare nei conti bancari non solo dei soggetti “proposti”, cioè delle figure familiari principali e direttamente beneficiarie del patrimonio, ma anche dei loro parenti stretti e acquisiti. Gli inquirenti hanno scoperto così che i capofamiglia si servivano di parenti “prestanome”, che si intestavano conti bancari e beni. Riepilogando, le indagini hanno messo in luce la mancata dimostrazione della legittima provenienza dei beni nella disponibilità dei rom. Hanno accertato la manifesta sproporzione tra il patrimonio accumulato dai principali familiari e dagli altri nuclei secondari (quattro più altri otto soggetti) per l’ammontare complessivo di 2,4 milioni. Si è aggiunto negli ultimi mesi l’approfondimento di sedici operazioni bancarie ritenute “sospette” dalla Banca d’Italia ed inviate al reparto pratese del Nucleo speciale di polizia tributaria di Roma.
Dal sequestro alla confisca dei beni. L’operazione di ieri è un sequestro finalizzato alla confisca per il quale la procura ha dovuto ottenere il consenso del tribunale di Prato. La formula è la stessa delle confische di beni nei confronti delle associazioni mafiose. Per diventare vera e propria confisca, cioè il passaggio di beni immobili e denaro dalla famiglia allo Stato italiano, si dovrà aspettare la decisione del tribunale del riesame, al quale la famiglia ha diritto di appellarsi per dimostrare la provenienza lecita dei quasi 2 milioni e mezzo di patrimonio. I tempi sono molto stretti: 20 giorni. Per il momento i rom sono a piede libero ma il sostituto procuratore Lorenzo Gestri ha aperto un fascicolo a carico delle quattro figure principali per autoriciclaggio e intestazione fittizia dei beni.
La famiglia e il patrimonio. Al centro della famiglia, considerata la capostipite, c'è Djula Ahmetovic, beneficiaria principale anche se i beni risultano intestati ad altri parenti. Ruolo analogo di “preposti” viene assegnato ai quattro figli della donna: Delija Halilovic, Alessandro Ahmetovich, Patrizia Ahmetovic e Valter Ahmetovich. Con un meccanismo di scatole cinesi che coinvolge altri 9 parenti, il patrimonio familiare accumulato e sotto sequestro ammonta a 2 milioni 412 mila euro, comprendendo 7 beni immobili, 12 conti correnti, 10 libretti postali nominativi, 7 carte prepagate, 4 conti depositi, 2 cassette di sicurezza, 3 polizze vita e 2 depositi titoli.
Francesco Albonetti
L’inchiesta ha consentito di accertare che il patrimonio milionario degli Ahmetovic, dalla capostipite ai quattro figli fino a parenti acquisiti nel tempo, accumulato in quindici anni, è del tutto sproporzionato rispetto ai redditi percepiti e dichiarati. Al punto che, paradosso già al centro di roventi polemiche politiche non appena la notizia si è diffusa attraverso l’informazione on line, due rom, fra cui la capostipite Djula Ahmetovic, risultano beneficiare di alloggi popolari proprio per la loro indigenza. In realtà, come ha poi spiegato il Comune, le due rom non sono assegnatarie di case popolari, ma usufruiscono di un alloggio temporaneo dopo l'allontanamento da viale Marconi dove occupavano abusivamente un terreno pubblico.
Come nasce l’indagine. Come ha spiegato la Procura, l’indagine è partita con l’intenzione di ricostruire la storia patrimoniale di sette appartenenti al nucleo familiare degli Ahmetovic ritenuti soggetti dalla «perdurante pericolosità sociale» per i numerosi precedenti penali a carico (qualcuno ne colleziona fino a dodici) per reati contro il patrimonio, dalla rapina ai furti, dalla truffa alla ricettazione. La premessa della “pericolosità sociale” è uno dei requisiti che ha consentito alle Fiamme gialle di poter indagare sui patrimoni reali, al di là di quanto dichiarato dal gruppo di rom, andando a rovistare nei conti bancari non solo dei soggetti “proposti”, cioè delle figure familiari principali e direttamente beneficiarie del patrimonio, ma anche dei loro parenti stretti e acquisiti. Gli inquirenti hanno scoperto così che i capofamiglia si servivano di parenti “prestanome”, che si intestavano conti bancari e beni. Riepilogando, le indagini hanno messo in luce la mancata dimostrazione della legittima provenienza dei beni nella disponibilità dei rom. Hanno accertato la manifesta sproporzione tra il patrimonio accumulato dai principali familiari e dagli altri nuclei secondari (quattro più altri otto soggetti) per l’ammontare complessivo di 2,4 milioni. Si è aggiunto negli ultimi mesi l’approfondimento di sedici operazioni bancarie ritenute “sospette” dalla Banca d’Italia ed inviate al reparto pratese del Nucleo speciale di polizia tributaria di Roma.
Dal sequestro alla confisca dei beni. L’operazione di ieri è un sequestro finalizzato alla confisca per il quale la procura ha dovuto ottenere il consenso del tribunale di Prato. La formula è la stessa delle confische di beni nei confronti delle associazioni mafiose. Per diventare vera e propria confisca, cioè il passaggio di beni immobili e denaro dalla famiglia allo Stato italiano, si dovrà aspettare la decisione del tribunale del riesame, al quale la famiglia ha diritto di appellarsi per dimostrare la provenienza lecita dei quasi 2 milioni e mezzo di patrimonio. I tempi sono molto stretti: 20 giorni. Per il momento i rom sono a piede libero ma il sostituto procuratore Lorenzo Gestri ha aperto un fascicolo a carico delle quattro figure principali per autoriciclaggio e intestazione fittizia dei beni.
La famiglia e il patrimonio. Al centro della famiglia, considerata la capostipite, c'è Djula Ahmetovic, beneficiaria principale anche se i beni risultano intestati ad altri parenti. Ruolo analogo di “preposti” viene assegnato ai quattro figli della donna: Delija Halilovic, Alessandro Ahmetovich, Patrizia Ahmetovic e Valter Ahmetovich. Con un meccanismo di scatole cinesi che coinvolge altri 9 parenti, il patrimonio familiare accumulato e sotto sequestro ammonta a 2 milioni 412 mila euro, comprendendo 7 beni immobili, 12 conti correnti, 10 libretti postali nominativi, 7 carte prepagate, 4 conti depositi, 2 cassette di sicurezza, 3 polizze vita e 2 depositi titoli.
Francesco Albonetti
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