Il Tirreno

Prato

Un Rolex d’oro ai dipendenti più fedeli 

di Maria Lardara
Un Rolex d’oro ai dipendenti più fedeli 

Leandro Gualtieri lascia il timone dopo mezzo secolo al figlio Federico e premia chi lavora con lui da almeno 25 anni

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PRATO. I manifesti della campagna firmata da Andy Warhol li tiene orgogliosamente nel suo ufficio, di fronte alla scrivania. Gigantesche rocche di filato colorato pubblicizzavano il nome di colui che nel 1982 era già diventato un’istituzione nel campo della moda. Il ritratto warholiano invece Leandro Gualtieri ce l’ha a casa, omaggio al connubio tra arte e moda a lui sempre caro: l’artista americano glielo dedicò in occasione della mostra “Warhol e la moda italiana”. Facce di stilisti del calibro di Valentino, Armani, Versace, Coveri sfilavano insieme a lui, il filatore di Vaiano, classe 1938, partito dal conto terzi che stava mettendo su un impero. Erano gli anni del ritorno della maglieria: la produzione dei filati andava a gonfie vele. Le maggiori case di moda camminavano a braccetto con chi riforniva loro la materia prima più nobile e pregiata, ospitandone il marchio nella loro pubblicità.

«Oggi sarebbe impensabile – ammette Gualtieri – Fra gli anni ’70 e ’80 ho avuto la fortuna di lavorare fianco a fianco con i più celebri stilisti che all’epoca muovevano i primi passi. Era come aiutarsi a vicenda in quegli anni. Sono cresciuto di pari passo con la moda italiana, iniziando dalla passerella della Sala Bianca». Quell’impero si chiama gruppo Filpucci, dà lavoro a 180 persone oltre a tutto l’indotto che si trascina nel distretto: per riavvolgere il nastro di una Storia lunga mezzo secolo, iniziata in un piccolo stanzone di via Bologna, l’azienda ha scelto un regalo speciale in occasione di Pitti Filati. Un volume di 148 pagine dove a ripercorrere la storia sono quei filati dalla mano morbida e impalpabile che hanno decretato il successo di Filpucci nel mondo.

Passaggio generazionale. Cinquant’anni di storia con lo sguardo rivolto al futuro: il compleanno è anche l’occasione per ufficializzare il passaggio di consegne da babbo Leandro, il fondatore, al figlio Federico che diventa così neo presidente del gruppo Filpucci. «Sì ma non sparirò dall’azienda: sempre meglio tenersi in attività», scherza Leandro che consegna a Federico l’eredità importante di un’azienda che ha fatto la storia del tessile italiano innovandolo profondamente sia a livello di processo che di prodotto. Il figlio ne è consapevole: fresco di laurea in marketing nel tessile e abbigliamento, nel 2003 entra in azienda, giusto il tempo di assistere a una pesante ristrutturazione aziendale che falcidiò 15 posti di lavoro. «Il calo di fatturato fu pesante ma quei momenti dolorosi ci diedero la forza per ripartire», rammenta il trentasettenne Federico che è anche presidente del Consorzio Promozione Filati. Quartier generale in un grande stabilimento tra Capalle e Calenzano, quella capitanata dalla famiglia Gualtieri è ormai diventata un’azienda quasi a ciclo completo con i reparti interni di torcitura, filatura e laboratorio di maglieria mentre la tintoria è ubicata al Macrolotto 1. Scelta necessaria visto che nell’ultimo decennio la filiera ha perso pezzi portando alla scomparsa di tante lavorazioni. E se i terzisti muoiono, si ferisce al cuore la filiera. «Le aziende devono tenersi stretti i pezzi di filiera rimasti. L’innovazione deve venire dal committente – fa notare Federico – non si può pensare che i terzisti abbiano la forza finanziaria per investire in innovazione».

L’inizio. In fondo, babbo Leandro s’è fatto le ossa partendo da una ritorcitura conto terzi. Aveva 22 anni, grinta, entusiasmo e fantasia, come quei fili che provava e riprovava a lavorare alle macchine nelle più svariate tipologie. «Il mercato aveva fame di prodotti nuovi – ricorda Gualtieri senior – C’era stato l’avvento delle fibre sintetiche e il parco macchine si era rinnovato». Ma è nel 1967, esattamente cinquant’anni fa, che s’avvera il sogno di Gualtieri: c’è voluto l’incontro con Franco Bartolozzi, rappresentante di filati e Ubret Pucci, il finanziatore, perché decollasse l’Industria Pucci Filati in un piccolo stanzone di via Bologna, dalle ceneri di un’ex farmacia. Poi, il trasferimento in una porzione della fabbrica Calamai di viale Galilei fino allo spostamento a Capalle, nel 1970. I primi fili s’intrecciano in un capannone di 2mila metri quadrati che, anno dopo anno, s’ingrandisce fino ad arrivare alla superficie attuale dei 15mila metri.

Le collezioni. Il marchio Filpucci nasce ufficialmente nel 1973. Ma Gualtieri aveva già sfoderato il suo asso nella manica, tutto riassunto in due fili di viscosa: Crespino e Nelumbo. Quella viscosa utilizzata per le fodere sfilava in passerella. Fu un successo. Poi venne Spighetta, il nome di un filato di cotone messo in produzione nel 1978 che Filpucci vende ancora. Un evergreen, insomma. «Il segreto stava e sta ancora oggi nell’innovazione del prodotto che i nostri clienti, le più svariate griffes, continuano ad apprezzare», sottolinea Leandro. Le prime linee vennero ribattezzate prima coi nomi di fiori e poi con nomi di fantasia. Generazioni di filati che diventano protagonisti del libro intitolato “History tells the future” che sarà presentato il 28 giugno a Pitti, stampato con una tiratura limitata di 200 copie riservate a chi ha intrecciato con la filatura un rapporto privilegiato. I Gualtieri non s’accontentano: puntano sull’innovazione di processo e nel 1990 brevettano una macchina interna per produrre fili soffici e leggeri, ribattezzati Soffili. Un altro successo: le maglie intrecciate con questi fili pesano il 50% in meno rispetto a quelle realizzate con fili tradizionali.

I dipendenti. È tempo di traguardi anche per i dipendenti: almeno una ventina di loro ha raggiunto 25 anni di anzianità. Una fedeltà alla famiglia Filpucci che vale un orologio d’oro al polso con l’incisione della data dell’ingresso in azienda: un regalo speciale per premiare un rapporto di lavoro così duraturo. Di recente hanno iniziato a regalare preziosi Rolex. «Altri due dipendenti saranno premiati a breve», fanno sapere i Gualtieri. Eppure la figura del filatore è sempre più merce rara sul mercato e si fa fatica a trovarla.

Il futuro. Una volta si sfornavano due o tre collezioni all’anno, in occasione delle fiere. Ora la moda vive un momento di grande confusione e questo, a cascata, si riverbera, su tutta la filiera. Gualtieri è uno che in cinquant’anni ne ha viste di tutti i colori. «Ma ora il frazionamento sempre più marcato delle collezioni sta imponendo un nuovo modello produttivo. La filiera sta cambiando pelle, stiamo passando da una produzione industriale a una produzione artigianale basata sul servizio e piccoli numeri. Una volta a un cliente che ci chiedeva solo cinque chili di filati avremmo detto no. Dobbiamo tutti organizzarci per produrre diversamente, compresi i produttori di macchinari». Il metodo Zara docet.

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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