Provincia in agonia, dipendenti in piazza
PRATO. La Provincia di Prato, come tutte quelle toscane, rischia il dissesto economico, con conseguenze pesantissime per i lavoratori, sia sul fronte delle retribuzioni che dell’occupazione, e per i...
2 MINUTI DI LETTURA
PRATO. La Provincia di Prato, come tutte quelle toscane, rischia il dissesto economico, con conseguenze pesantissime per i lavoratori, sia sul fronte delle retribuzioni che dell’occupazione, e per i servizi offerti ai cittadini: dalla manutenzione delle strade a quella delle scuole. Questo a causa delle risorse insufficienti che il governo intende stanziare per la loro attività. Le accuse arrivano dai sindacati Fp Cgil, Cisl Fp e Uil Fpl, che ieri mattina hanno organizzato un presidio che si è svolto davanti alla Prefettura in via Cairoli.
I lavoratori della Provincia di Prato attualmente sono cinquantaquattro, un unico dirigente (il ragioniere capo obbligato dalla situazione a occuparsi anche dei comparti tecnici), un bilancio stiracchiato da circa 50 milioni che per arrivare a pareggio ha bisogno di almeno altri 800. 000 euro, l’obbligo di fare a meno – come è accaduto negli ultimi 4 anni – di un sostanzioso pacchetto di milioni a fronte di funzioni – edilizia scolastica e manutenzione straordinaria e ordinaria delle strade provinciali, 325 su tutte – che invece necessiterebbero di investimenti a sei zeri. Ma i soldi non ci sono.
Tracciare il quadro delle Province post batosta referendaria del 4 dicembre – che prevedendo la cancellazione del termine “Provincia” dalla Costituzione avrebbe rappresentato il penultima passo per abolirle (l’ultimo una legge ordinaria) – a questo punto è anche troppo facile.
Difficile è capire come gli enti di secondo grado, declassificati nel 2014 con la conversione in legge del cosiddetto decreto Del Rio, possano continuare a reggere in questa surreale, italianissina “incompiuta”: non sono stati superati, quindi “vivono”, ma sono soggetti a regole istituite per eliminarli.
I lavoratori della Provincia di Prato attualmente sono cinquantaquattro, un unico dirigente (il ragioniere capo obbligato dalla situazione a occuparsi anche dei comparti tecnici), un bilancio stiracchiato da circa 50 milioni che per arrivare a pareggio ha bisogno di almeno altri 800. 000 euro, l’obbligo di fare a meno – come è accaduto negli ultimi 4 anni – di un sostanzioso pacchetto di milioni a fronte di funzioni – edilizia scolastica e manutenzione straordinaria e ordinaria delle strade provinciali, 325 su tutte – che invece necessiterebbero di investimenti a sei zeri. Ma i soldi non ci sono.
Tracciare il quadro delle Province post batosta referendaria del 4 dicembre – che prevedendo la cancellazione del termine “Provincia” dalla Costituzione avrebbe rappresentato il penultima passo per abolirle (l’ultimo una legge ordinaria) – a questo punto è anche troppo facile.
Difficile è capire come gli enti di secondo grado, declassificati nel 2014 con la conversione in legge del cosiddetto decreto Del Rio, possano continuare a reggere in questa surreale, italianissina “incompiuta”: non sono stati superati, quindi “vivono”, ma sono soggetti a regole istituite per eliminarli.
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google
