Gioco
Riciclaggio e frode fiscale, in sei a giudizio
L’inchiesta della Dia di Firenze su un gruppo di calabresi che ha reinvestito a Prato e in Toscana
PRATO. Fra il 2009 e il 2013 aveva dichiarato redditi poco oltre le soglie di povertà. Ma hanno versato in contanti sui loro conti oltre 1 milione di euro. Lui è Giuseppe Iuzzolino, 81 anni originario di Strongoli (Crotone), coinvolto in un’inchiesta della Procura antimafia di Firenze per associazione a delinquere finalizzata al riciclaggio e a frodare l’erario. Iuzzolino è stato rinviato a giudizio con altre cinque persone: il giudice ha accolto la richiesta del pm Eligio Paolini, che ha ereditato la conduzione dell’inchiesta da Ettore Squillace Greco. Oltre a Iuzzolino - difeso dall’avvocato Roberto D’Ippolito - sono stati rinviati a giudizio Vincenzo Benincasa, Fiore Guercio, Martino Castiglione, Alfredo Aldrovrandi e Luigi Guercio.
Secondo l’accusa Iuzzolino, insieme al genero Fiore Guercio e ai collaboratori Martino Castiglione e Vincenzo Benincasa, avrebbero realizzato attraverso due ditte di costruzioni ingenti guadagni in nero, per poi reinvestirli in acquisti di immobili e varie attività, alcune dei quali con sede a Prato: si tratta del bar Becco d’Oca (ora chiuso) e di sei appartamenti del complesso immobiliare Il Teatro in via Vallecorsi, nella zona del Pino. Altri beni sono stati sequestrati a Firenze, Montecatini (un immobile e un terreno) e a Buggiano (un fondo). Complessivamente la Dia aveva sequestrato beni per 5 milioni: 9 società, 19 immobili tra fabbricati e terreni, 5 auto, una moto e 40 tra conti correnti e libretti di deposito riconducibili a 21 soggetti tra persone fisiche e giuridiche.
Uno dei fulcri delle attività illecite, secondo gli inquirenti, è la Siria Costruzioni Sas di Vincenzo Benincasa, residente a Montecatini, costruita nel 2002 con sede a Strongoli. Iuzzolino, con la moglie, le due figlie e il genero, ne detiene il 50% del capitale.
Nel 2006 la Siria aveva realizzato una complessa operazione immobiliare per la costruzione di 60 appartamenti su un terreno acquistato a Prato per un milione e 300mila euro, pagato in contanti senza alcun finanziamento bancario.
L’inchiesta ha consentito di accertare non solo ingenti movimentazioni di capitali e investimenti immobiliari effettuati dai tre imprenditori (frutto di reati fiscali e altre attività illecite), a fronte di esigui redditi dichiarati, ma in un’inchiesta penale parallela si ipotizzano legami con la criminalità organizzata calabrese, ancora tutti da dimostrare.
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