Gioco
Qui è ancora presto «Per ora non ci sono le condizioni giuste»
A Prato nessuna esperienza simile a quella di San Donnino Brezzo: «Quale contrattazione se non si rispettano i diritti?»
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PRATO. Li riconosci perché intorno al collo hanno il fazzoletto celeste con il simbolo della Uil. Patrizia Artale è di Prato e da due anni lavora in ufficio mentre Xu Yilong e Jin Xisheng stanno alla catena di montaggio scandita dal tipico “tic tic” che risuona in pelletteria. I loro nomi fanno già Storia: sono i tre delegati sindacali eletti il 27 aprile scorso in un’azienda cinese, membri della prima Rsu dagli occhi a mandorla: il primo caso italiano a Campi Bisenzio. Questione di giorni e presto in azienda si tornerà in assemblea: stavolta si parlerà di premio di produzione. Sì perché nell’azienda guidata da Fu Fanghui sarebbero maturati i presupposti per passare al secondo livello della contrattazione. Qui il 40% della forza lavoro ha in tasca la tessera della Uil, le altre sigle confederali non sono rappresentate. «Portiamo diritti, presto illustreremo il bonus mamme – spiega Giuseppe Priolini, funzionario della Uil di Lucca che segue l'azienda - La Rsu eletta non è della Uil ma dei lavoratori». Sta di fatto che la sindacalizzazione dei dipendenti di “Borse & Borse” è tutta appannaggio di una sigla. Eppure, statistiche alla mano, in una normale azienda toscana afferente alla categoria moda, le insegne preponderanti dovrebbero essere la Cgil e la Cisl. «Piuttosto curioso che solamente una sigla sia riuscita a entrare nonostante altre abbiano fatto un tentativo di avvicinamento all’azienda», fa notare Mirko Zacchei, segretario della Femca-Cisl di Firenze e Prato. Non era mai successo comunque che un sindacato entrasse in una fabbrica cinese e mietesse così tanti proseliti. «Abbiamo avuto l’intuizione di introdurre qui la figura del mediatore cinese, una persona che lavora in fabbrica: a Prato – suggerisce Priolini - il sindacato dovrebbe attrezzarsi con una figura di questo tipo». Campi Bisenzio, anzi la frazione di San Donnino che negli anni ’80 era stata ribattezzata “San Pechino” per la concentrazione massiccia di immigrati orientali, potrebbe dunque dare una lezione d’integrazione ai pratesi? Nel distretto gli iscritti cinesi al sindacato si contano sul palmo della mano, trattandosi soprattutto di lavoratori licenziati che intentano cause coi titolari. A Prato non abbiamo certo aziende del calibro di “Borse & Borse” con le dimensioni giuste per eleggere una Rsu: giusto qualche stamperia dagli occhi a mandorla arriva ad avere 50-60 dipendenti. Ma come la mettiamo con le sacche di illegalità ancora diffuse? «No, per ora non ci sono le condizioni. Come si fa a ragionare di contrattazione di secondo livello se non si rispettano i diritti dei lavoratori?». Picchia duro Massimiliano Brezzo, segretario della Filctem-Cgil pratese, ricordando il protocollo per la legalità firmato tre mesi fa. Dalla “Borse & Borse” il centro abitato di San Donnino non è lontano: qualche operaio arriva a piedi dalla casa che ha messo a disposizione l’azienda. È previsto che i dipendenti ce l’abbiano in caso di richiesta. Per il vicepresidente della Cna pratese, Wang Liping, si dovrebbe percorrere questa strada anche a Prato per scongiurare il pericolo dei dormitori. Il numero due dell’associazione di via Zarini “benedice” la sindacalizzazione dagli occhi a mandorla. «La legalità si costruisce anche con l’iscrizione al sindacato». E pensare che Prato ha conosciuto il primo sindacalista cinese della storia: si chiamava Matteo Ye ed era il mediatore della Cisl. Fra il 2000 e il 2005 si vedevano tanti cinesi fare la fila al sindacato di via della Pallacorda. Chiedevano servizi per le pratiche del permesso di soggiorno. Poi non si sono visti più: la coscienza sindacale, del resto, è sempre un processo più lento e complicato.
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