Il Tirreno

Prato

«Uno scrigno pieno di sorprese» 

 «Uno scrigno pieno di sorprese» 

Pecci: Pezzato spiega il successo della mostra sulla collezione permanente

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PRATO. Oltre tremila visitatori per la mostra sulla collezione permanente, “Dalla caverna alla luna”, aperta dal 7 aprile nel nuovo Centro Pecci. Nel giardino antistante il museo, intanto procede la risistemazione della Colonna spezzata dei Poirier, finanziata dalla famiglia Pecci. Stefano Pezzato, che ha curato la selezione delle opere e il loro allestimento, l’ha definita pubblicamente “un’esposizione esagerata” . Perché? «Esagerata perché è la più estesa presentazione della raccolta del Centro Pecci, con opere di ben 60 artisti sui 310 rappresentati nella collezione, quasi un quinto; e perché è insieme una sintesi di 30 anni storia del Centro Pecci, attraverso le “tracce” lasciate nella raccolta, e una panoramica di 60 anni di storia dell’arte fatta a Prato, con molte sorprese anche per chi pensa di aver già visto le opere». Quali sorprese? «Innanzi tutto gli accostamenti fra opere eterogenee, molto diverse tra di loro che abbiamo provato e presentato solo al Museo Pecci Milano e in altre sedi, quindi non si sono mai visti a Prato; poi 11 opere che non avevamo ancora mostrato, come una “natura morta” ghiacciante di Calzolari che è l’ultima acquisizione degli Amici del Museo Pecci o la “Torre del vento” di Karavan di cui si discute da trent’anni a Prato. Ma soprattutto direi le performance che abbiamo iniziato a raccogliere dal 7 aprile 2017, quando abbiamo riattivato la vestizione/spogliazione Senza titolo (1992) di Fabio Mauri e portato a Prato l’azione-lettura-teatro Opla (1969) di Paolo Scheggi insieme al gonfiabile Anas (1969) del gruppo di architetti radicali Ufo, cioè un pezzo della neoavanguardia fiorentina e italiana storicizzata a Prato». Qualche anno fa lei ha fatto acquisire anche l’ambiente di Paolo Scheggi? «Sì, è l’Intercamera plastica del 1967, ricostruita nel 2007 e donata al Centro Pecci da Franca e Cosima Scheggi che hanno creduto nel percorso di recupero di varie esperienze artistiche, che abbiamo portato avanti dal 2003 al 2013. Dopo l’acquisizione di Scheggi nel 2013 le quotazioni dell’artista sono esplose a livello mondiale. Altrettanto possiamo dire dell’attenzione per le ricerche di “architettura non fisica” del Superstudio che, dopo la retrospettiva al Centro Pecci del 2011-12, sono state presentate al Pac di Milano e al Maxxi di Roma. Queste, secondo me, sono alcune delle scommesse vinte, come quella iniziale di Kapoor di cui il Centro Pecci acquisì un’opera nel 1988, prima che diventasse una stella internazionale». Quali sono le caratteristiche della permanente del Centro Pecci? «Sicuramente emerge la presenza di ambienti d’artista, opere percorribili dai visitatori; in mostra ce ne sono 5 storiche più 2 grandi progetti “site specific” della mostra “La fine del mondo” . Fra i primi ecco la “Caverna dell’antimateria” di Pinot Gallizio del 1959, che ha prefigurato “la preistoria dell’era atomica” e ha lanciato la “pittura industriale” su scala ambientale, esposta anche al Centro Pompidou di Parigi nel 1989. Poi c’è la “Luna” di Fabio Mauri, un progetto visionario del 1968 per una straordinaria esperienza sul suolo lunare. Fra questi due poli si sviluppa la carrellata di progetti, invenzioni, idee e oggetti creati dagli artisti e rimasti in dotazione, come patrimonio pubblico della città di Prato e della Toscana». Come prevede di mostrare l’intera collezione in futuro? «La collezione del Centro Pecci si dovrebbe sviluppare come un organismo vivo, tenendo allestite le grandi installazioni e gli ambienti quali caposaldi e facendo ruotare intorno ad essi le altre opere, così da avere un ricambio continuo sala per sala, capitolo per capitolo di questa affascinante storia in fieri dell’arte contemporanea a Prato».
Riccardo Tempestini

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