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Adriano Gramigni: «Il sogno? Interpretare Sarastro»
Prato, venticinque anni, un basso verdiano, ha esordito sul palco del Regio di Parma nel “Nabucco” nei panni di Zaccaria
PRATO. Ha soli 25 anni ma nonostante la giovane età si ritrova alle spalle un debutto col botto, nel 2014, al teatro Regio di Parma. Già, proprio nel tempio italiano della lirica. Adriano Gramigni è un cantante, promessa della lirica. Abita a Vaiano con la famiglia e attualmente studia canto lirico al conservatorio di Parma: ha terminato la triennale e gli manca poco per finire il biennio specialistico. Fin da piccolo aveva sempre avuto l’amore per la musica ma il suo pollice verde lo porta a diplomarsi agrotecnico a Firenze, solo dopo prende la decisione di iscriversi al conservatorio.
«Mia mamma – racconta Adriano – suona il piano e canta ed è lei che mi ha trasmesso la passione per le sette note. Una passione che ho fin da quando ero piccolo». Così Adriano inizia seriamente il percorso all’interno del pentagramma, quel percorso che lo ha portato ad essere definito un basso dalla spiccata vocalità teatrale e scenica. Adriano Gramigni aveva già avuto modo di confrontarsi con il pubblico nel 2013 grazie a Prato Lirica in “Otello”. Ma è nel 2014 il suo vero debutto. Un debutto da fare invidia.
«Interpretai il ruolo di Zaccaria in Nabucco di Verdi – racconta il basso – E questo sul palcoscenico del Regio di Parma in una produzione dedicata alle scuole, ‘Imparo l’Opera’. Poco dopo vesto i panni di Norton nella ‘Cambiale di matrimonio’ per la regia di Andrea Cigni, questa volta al teatro ‘Romolo Valli’ di Reggio Emilia». Gramigni ritornerà a cantare al Regio in ‘Madama Butterfly” nei panni di Yakusidé. Ha avuto modo di confrontarsi ancora con Giacomo Puccini, questa volta nel ruolo di Guccio nel “Gianni Schicchi” e a fine 2016 Gramigni è stato, per 15 giorni, in tournée in Francia.
La sua coloritura vocale lo fa essere un basso verdiano e prestigiose riviste di settore hanno lodato la sua sicurezza sia vocale che scenica. L’ultima sua esibizione risale a qualche settimana fa a Prato, nella chiesa di San Francesco, dove era solista nel Requiem di Gabriel Fauré con la Camerata strumentale e l’esordio del coro “Città di Prato”, diretti dal maestro Jonathan Webb.
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E’ soddisfatto delle cose che ha fatto e alla domanda qual è il suo sogno nel cassetto, Adriano sorride e svela: «Mi piacerebbe interpretare Sarastro nel ‘Flauto magico’ di Mozart». Gramigni sostiene che la lirica sia un genere musicale adatto a tutti: «Qualsiasi genere lo è – afferma – Partendo dal presupposto che i gusti sono gusti e non si discutono, non si può dire che l’Opera sia di nicchia. Se prendiamo, ad esempio, Rigoletto, nella vicenda della storia si parla di popoli. In Nabucco si racconta sempre di popoli questa volta oppressi e c’è tanta profondità umana. Oppure la Boheme dove si parla dello stile bohémien».
Adriano Gramigni si sofferma, quindi, a parlare della voce: «E’ uno strumento – spiega – ma non è di metallo. Ci vuole lo studio e i dovuti accorgimenti per tenere sempre in forma le corde vocali, quindi non prendere freddo, non fumare e non bere alcolici. Inoltre, quando si canta è sì importante la tecnica ma ci vuole anche lo stile interpretativo, gli accenti, le sfumature, l’espressione e l’impegno emotivo. La tecnica è a servizio dell’interpretazione». Un suo mito è Cesare Siepi che reputa il più grande basso della storia: «Aveva un fraseggio nobilissimo – dice Gramigni – E di lui si ricordano i successi ottenuti in Italia e all’estero».
Il cantante lirico di Vaiano reputa Prato una città molto viva dal punto di vista musicale: «Il neonato coro cittadino ne è un esempio - termina – E’ un bel segnale di unione nato da un’idea della Camerata e del suo direttore, un nome d’eccellenza che è Jonathan Webb».
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