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Prato

La maxi-inchiesta su plastica e stracci

La maxi-inchiesta su plastica e stracci

Secondo la Procura antimafia i rifiuti prodotti a Prato e nel Nord Italia venivano spediti illegalmente in Cina e Tunisia

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PRATO. La plastica va e viene dalla Cina all’Italia e viceversa, sotto forma di giocattoli, imballaggi o prodotti per la casa, che poi da noi diventano rifiuti plastici e vengono rispediti nei porti franchi di Hong Kong e Macao, dove ci sono aziende che li riciclano e magari li trasformano in altri giocattoli o forchette di plastica che tornano in Occidente.

Ora su questo enorme via vai di plastica ha messo un punto il sostituto procuratore Angela Pietroiusti della Direzione distrettuale antimafia di Firenze, che il 7 febbraio, insieme al procuratore Giuseppe Creazzo, ha firmato un avviso di chiusura indagini nei confronti di 98 indagati (74 italiani, 22 cinesi, un giordano e uno sloveno), e 61 società con sede a Prato, Montemurlo, in Veneto e in Campania.

Agli indagati la Dda contesta di non aver rispettato le regole dell’Italia, dell’Unione europea e dei paesi esteri in materia di spedizioni di rifiuti non pericolosi, realizzando un cospicuo guadagno.

Centinaia di container pieni di rifiuti plastici sono partiti dal 2009 in poi dai porti di Livorno e Genova (ma anche Palermo e La Spezia) alla volta dei porti cinesi. Per spedire quei container con migliaia di tonnellate di plastica, dice in sostanza il magistrato, servivano controlli e permessi che non sono stati chiesti. Ecco perché ora sono tutti indagati.

La plastica viene in gran parte dalle aziende del Nord Italia e l’anello di congiunzione sono i cinesi residenti a Prato che hanno contatti con gli imprenditori del nord e con le società che ricevono la plastica in Cina.

Ma non c’è solo la plastica. Ovviamente ci sono anche gli stracci e gli indumenti usati, un’eccellenza pratese, e qui entrano in ballo le aziende del distretto di Montemurlo, oggetto di ripetute indagini nel corso degli ultimi anni. Stavola non si parla di mafia o camorra: indaga la Dda perché ha la competenza sui rifiuti. Gli indumenti usati che riempiono molti capannoni di Oste e Montemurlo finiscono anche loro nei container ma sono diretti prevalentemente in Tunisia, dove vive ormai stabilmente uno degli indagati, Vincenzo Ascione. In questo caso la Procura contesta la mancanza di certificazioni sull’abbattimento della carica batterica e di altri permessi.

Per il distretto degli stracci l’inchiesta potrebbe diventare un autentico terremoto, oppure finire in una bolla di sapone, perché l’impianto accusatorio si basa sulla contestazione di tante associazioni a delinquere finalizzate all’esportazione illegale di rifiuti plastici e indumenti usati, tante quante sono le società coinvolte, ma potrebbe essere stato uno stratagemma della Procura per ottenere le intercettazioni telefoniche, che altrimenti non sarebbero state autorizzate dal gip.

Se l’accusa di associazione a delinquere dovesse cadere, gli altri reati potrebbero essere vicini alla prescrizione.

Dalle carte dell’inchiesta si intuiscono giri d’affari milionari. A un solo gruppo di indagati, per esempio, vengono addebitate 265 spedizioni di indumenti usati per un totale di 6.163 tonnellate e un giro d’affari di quasi 5 milioni di euro.

Le quantità di plastica e stracci sono impressionanti: migliaia e migliaia di tonnellate che sono partite dall’Italia verso la Cina e il Nord Africa grazie a controlli molto blandi alle dogane di Livorno e Genova.

Paolo Nencioni

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