Il Tirreno

Prato

Una tintoria cinese nel capannone dell'ex Fidias

di Maria Lardara
Il capannone dell'ex Fidias in via di Gello (foto Batavia)
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Il capannone dell'ex Fidias in via di Gello (foto Batavia)

Continua l'avanzata degli imprenditori orientali nel settore della lavorazione dei tessuti. L'amministratore è domiciliato a Roma. "Inizieranno con la tintoria in capo e passeranno alla lavorazione in pezza"

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PRATO. I macchinari li stanno montando in questi giorni i tecnici italiani mentre la procedura di Aua (Autorizzazione unica ambientale) rilasciata dalla Regione Toscana è del 2 marzo scorso. C'è un gran viavai al numero 17 di via di Gello, a San Giusto, dove sta aprendo una nuova tintoria in pezza con gli occhi a mandorla: la stanno tirando su dalle ceneri di uno dei capannoni dell'ex rifinizione Fidias che ha chiuso i battenti nel 2013, uno di quei luoghi che forse più di altri racconta la storia del tessile di Prato.

La tintoria My.C, il cui amministratore unico risulta un imprenditore cinese domiciliato a Roma, farà compagnia alla tintoria D.L. anche quest'ultima a conduzione orientale con ingresso in via Eugenio Gestri dove una volta si spalancavano i portoni della Fidias. Altri tempi: la nobilitazione orientale mette radici e ormai la comunità cinese inizia a compiere l'assalto al cuore della filiera, la lavorazione dei tessuti. Un intero blocco di insediamenti produttivi a San Giusto, il reparto rifinizione e tintoria dell'ex Fidias, parla ora tutto cinese: mancava solo l'ultimo tassello, un capannone di circa mille metri quadrati di cui Marino Gramigni, ex titolare della Fidias ormai in pensione, ha consegnato le chiavi ai nuovi inquilini cinesi. «So che inizieranno con la tintoria in capo ma in futuro passeranno alla lavorazione in pezza: al momento l'attività non è avviata», spiega Gramigni. Non una parola di più: non è dato sapere se l'ex titolare della Fidias abbia anche venduto ai cinesi alcuni macchinari usati rimasti all'interno del capannone.

Dalla Bases alla Ellefinish, negli ultimi cinque anni tante storiche realtà della nobilitazione pratese hanno lasciato il posto a tintorie o stamperie cinesi. In passato gli imprenditori orientali avevano sempre acquistato tintorie specializzate nella tintura in capo ma ultimamente mostrano sempre più interesse per la lavorazione in pezza importando stoffa grezza dalla Cina per tingerla qui nei propri stabilimenti. Uno degli ultimi casi è quello della stamperia tintoria Unica di viale Montegrappa aperta nel 2015 ma per la My.C di San Giusto (sede legale in via del Molinuzzo) si parla solo di «attività di tintoria in pezza di manufatti tessili esercitata nello stabilimento di via di Gello», come si legge fra le righe dell'atto rilasciato dalla Regione Toscana cui è allegato il parere favorevole di Gida e Publiacqua per lo scarico in pubblica fognatura nonché quello di Arpat sull'autorizzazione delle emissioni in atmosfera sia pure a determinate condizioni per l'azienda che dovrà relazionare via via sul funzionamento e sullo stato degli impianti.

Tutte le carte in regola, insomma, per far scattare il semaforo verde a questa nuova azienda costituitasi davanti al notaio a metà del 2016 con un capitale sociale di 2500 euro. Al momento a Prato sono circa una decina le tintorie in pezza guidate da cinesi, alcune delle quali confluiscono in quella galassia di imprese ad umido (tintorie, stamperie, rifinizioni) contro cui la Filctem-Cgil pratese di recente ha puntato il dito gridando a una concorrenza sempre più sleale: una ventina di aziende nel mirino per le quali s'invocano controlli serrati, con un protocollo per la legalità nel distretto sottoscritto da sindacati e associazioni datoriali.
 

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