La protesta
Falsi permessi ai cinesi, commercialista alla sbarra
Prato, Alberto Robbi è il primo imputato che dovrà rispondere davanti ai giudici di associazione a delinquere e falso. Otto suoi dipendenti hanno già patteggiato
PRATO. Associazione per delinquere, truffa aggravata all’Inps, induzione alla falsità ideologica commessa da Pubblico Ufficiale in atti pubblici, violazione alla normativa sul rilascio ed il rinnovo del permesso di soggiorno, oltre alle violazioni della normativa in materia di immigrazione clandestina. Capi di imputazione importanti per il processo che si aprirà venerdì 17 nell’aula collegiale presieduta dal giudice Silvio De Luca, in un’inchiesta già denominata “colletti bianchi” che ha portato nel novembre dell’anno scorso a 15 arresti e ben 83 indagati. Sul banco degli imputati, però, domani ci sarà solo il commercialista veronese, con studio anche a Prato, Alberto Robbi, difeso dagli avvocati Zanini di Verona e Terranova di Prato, attualmente agli arresti domiciliari. L’indagine non è ancora chiusa, invece, per il consulente del lavoro pistoiese Filippo Rosini, mentre Zhong Rongchang, socio cinese di Robbi e, verrà sottoposto a giudizio immediato, come richiesto dai legali, nel mese di giugno.
In nove hanno già patteggiato. Da segnalare che 9 imputati hanno chiesto il patteggiamento, ammettendo quindi almeno in parte le loro colpe, e di questi 9 ben 8 erano dipendenti dello studio Robbi. E’ quanto hanno fruttato gli interrogatori seguiti nel corso delle settimane seguite agli arresti, in cui diversi dipendenti hanno confermato il sistema dei falsi permessi si soggiorno e i metodi per consentire di mantenerlo in piede con la presentazione di documenti falsi. Va detto che lo stesso Zhong detto Jimmy, il socio cinese di Robbi, ha “guadagnato” il rito immediato chiesto dalla Procura grazie alle sue parziali confessioni. Una mossa quella della Procura che consentirebbe di velocizzare di molto il processo, perché consente di saltare l’avviso di chiusura indagini e l’udienza preliminare.
Nel corso degli ultimi mesi l’inchiesta della Procura di Prato si allargata ad altri studi professionali, ma al momento non sono ancora emersi altri particolari.
Il blitz scattato a novembre. L’operazione “Colletti bianchi” è stato condotta nel corso del 2016 dalla Guardia di Finanza di Prato, in particolare dal Nucleo di Polizia tributaria, su delega dei sostituti procuratori Lorenzo Gestri e Antonio Sangermano su coordinato del procuratore capo Giuseppe Niccolosi. Il blitz scattò all’alba del 15 novembre, quando 400 baschi verdi compirono decine di perquisizioni in varie parti d’Italia, fra cui Prato, Pistoia e il Veneto dove avevano sedi gli studi dei commercialisti.
Il sistema dei falsi permessi. Più nello specifico, i titolari ed alcuni dipendenti dei 2 studi professionali, alcuni dei quali di origine cinese, avvalendosi ciascuno della propria struttura organizzativa di consulenza, secondo l’accusa avrebbe messo in piedi un’attività di favoreggiamento alla permanenza, in condizioni di illegalità, di un elevatissimo numero di cittadini extra-comunitari, soprattutto cinesi, sul territorio nazionale. Sempre secondo l’accusa, titolari e collaboratori dei due studi professionali fornivano, dietro laute parcelle non fatturate, una sorta di consulenza illegale basata sulla produzione di falsa documentazione: buste paga, bilanci, assunzioni e certificati falsi, sostituzione di persona.
Tutto era consentito pur di ottenere un rinnovo del permesso di soggiorno. Il comportamento più frequentemente riscontrato nel corso delle indagini è stato delle fittizie assunzioni e alla correlata emissione delle relative false buste paga, legittimanti il requisito del sostentamento economico, necessario per il rilascio del rinnovo del permesso di soggiorno. Le assunzioni, che risultavano regolari (anche a seguito delle comunicazioni previste al Centro per l’Impiego e poi alla Questura) venivano tuttavia eseguite al solo scopo, e per il tempo necessario e sufficiente, ad emettere le buste paga in prossimità delle date di scadenza dei permessi di soggiorno, dietro pagamento di un corrispettivo da parte del presunto dipendente. Una volta ottenuto lo scopo, e cioè il rilascio del rinnovo del permesso di soggiorno, piuttosto che la carta di soggiorno o il ricongiungimento familiare, l’operaio cinese veniva, il più delle volte licenziato, rimanendo comunque a lavorare, generalmente in nero.
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