Il Tirreno

Prato

Crollata una volta dell’Abbazia dedicata a S. Giusto

di Walter Fortini
Crollata una volta dell’Abbazia dedicata a S. Giusto

Sempre più in precarie condizioni il gioiello romanico L’acqua, filtrando dal tetto, ha fatto venire giù il soffitto

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CARMIGNANO. Sotto i colpi della bomba d'acqua di lunedì notte alla fine è venuta giù anche una volta dell'abbazia millenaria di San Giusto, gioiello romanico sperso nei boschi del Montalbano. E il crollo lascia due volte l'amaro in bocca, perché da settembre c'è un'associazione che si era offerta di intervenire per tamponare i buchi nel tetto del transetto da dove l'acqua, filtrando, ha fatto poi crollare il soffitto. La pioggia che è caduta lunedì tra le otto e le nove di sera è stata davvero tanta e inconsueta: cinquanta millimetri di acqua in poco più di mezzora. Ma la colpa non è solo del clima ma anche della burocrazia, perché da settembre l'intervento che l'associazione San Giusto era disposta a pagare di tasca propria, con le offerte raccolte nel corso di più iniziative, non è mai stato autorizzato dalla Soprintendenza ai beni archeologici, belle arti e paesaggio. Forse la volta sarebbe caduta lo stesso, ma forse no se il tetto fosse stato tamponato. L'abbazia, la parte più antica risale alla metà del 1100 e nel 1979 è stata consacrata nel monumento nazionale, era minata da tempo da problemi di salute. Pioveva dal tetto e i muri si stavano sciogliendo sotto il peso del tempo e delle intemperie: anni luce dai matrimoni celebrati nella seconda metà del secolo scorso. Il punto più critico era proprio la volta venuta giù e ora l'acqua rischia di entrare anche nella cripta. «Si è perso tempo» commenta Fabrizio Buricchi, ex assessore alla cultura di Carmignano e presidente dell'associazione nata poco più di un anno fa. E la sue parole suonano inesorabilmente quasi come un atto di accusa alla volta della Soprintendenza e dello Stato. Al suo fianco lui c'è anche il Comune. «Dispiace per il rimpallo di responsabilità e la non chiarezza su a chi spetti la tutela della chiesa, che si trascina da troppi anni» commenta l'assessore alla cultura in carica, Stella Spinelli. «Gli amici dell'associazione di San Giusto - aggiunge - sono i soli che si stanno dando da fare per salvare l'abbazia e tenere un riflettore acceso sulle sue sorti e noi siamo al loro fianco». Hanno organizzato mostre, letture dantesche, concerti, cene e gita per raccogliere fondi nell'ultimo anno e mezzo. «Ora - conclude l'assessore - occorre intervenire alla svelta». L'associazione scriverà alla Soprintendenza e il Comune pure: per l'ennesima volta. Bastavano trentamila euro per la messa in sicurezza del tetto e delle pareti esterne: almeno un milione e duecentomila euro, invece, è la stima del restauro completo. Una cifra cospicua, ma non impossibile. «Diventa ora inderogabile un impegno immediato a definire la questione spinosa della proprietà" dichiarano all'unisono Buricchi e Spinelli. Sì, perché la parte più assurda e bizzarra di tutta la storia riguarda proprio la proprietà dell'abbazia, che è dello Stato ma lo Stato fino a sei anni fa neppure lo sapeva e si è sempre dimenticato di prenderla in carico, dalla fine dell'Ottocento. Per oltre ottanta anni hanno pensato, in buona fede, che la chiesa fosse invece di privati: prima della famiglia Cinotti, che l'aveva talmente trascurata da usarla come stalla, e poi dal 1925 dei Contini Bonacossi. Un grande equivoco, con il Comune che quindici anni fa aveva chiesto alla famiglia di donargli l'abbazia, già allora messa male, e i conti che si erano dimostrati disposti al massimo ad un comodato temporaneo o a venderla. Qualche dubbio a dire il vero c'era. Al catasto il terreno su sui sorge la chiesa risultava del Comune. Alla fine si è ricostruito che Tito Cinotti fu obbligato nel 1893 da un Regio Decreto a cedere l'abbazia allo Stato, forse anche per debiti verso l'erario, e la manutenzione fu temporaneamente affidata al Comune. Nel 1925 poi i Contini Bonacossi acquistano effettivamente l'area, ma non la particella dell'abbazia. Un qui pro quo che ha relegato la chiesa a terra di nessuno.

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