Il Tirreno

Prato

Mettersi in regola ora ai cinesi può convenire

di Paolo Nencioni
Mettersi in regola ora ai cinesi può convenire

Prato, la relazione consegnata dalla Procura di Prato alla commissione parlamentare sugli infortuni sul lavoro

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PRATO. Tre anni dopo la strage di operai alla Teresa Moda, (7 morti nell'incendio del 1° dicembre 2013) i confezionisti cinesi cominciano ad adeguarsi alle norme sulla sicurezza nei luoghi di lavoro, ma l'area dell'illegalità è ancora enorme e c'è il rischio che il rispetto delle regole sia considerato più come un semplice "costo d'impresa" piuttosto che un'adesione convinta alla norma. Questo il senso della relazione consegnata lo scorso 21 febbraio dal procuratore capo Giuseppe Nicolosi e dal sostituto Lorenzo Gestri alla Commissione parlamentare d'inchiesta sugli infortuni sul lavoro. Una relazione che fa il punto su quanto è stato fatto e quanto resta da fare per superare una situazione di Far West economico.

Al 31 gennaio, dunque a due mesi dalla fine della prima fase di controlli previsti dal Piano straordinario per il lavoro sicuro, scattati il 1° settembre 2014 nell'area vasta che comprende Prato, Firenze, Empoli e Pistoia, erano state ispezionate 6.691 delle 7.700 aziende da sottoporre a verifica, dunque ne mancavano circa mille. In più della metà, il 61%, sono state trovate irregolarità, in particolare 886 dormitori abusivi, 265 cucine abusive e 1.429 impianti elettrici fatiscenti.

Il bicchiere mezzo pieno. A voler vedere il bicchiere mezzo pieno si può dire che se nel settembre 2014 solo il 15,9% delle imprese controllate sono state trovate in regola, nel gennaio 2017 la percentuale era salita al 49,2%. E che l'84% delle aziende ispezionate adempie alle prescrizioni e paga le sanzioni, per un totale che ha raggiunto la rispettabile cifra di quasi 10 milioni di euro (9.954.191), di cui oltre la metà, 5 milioni e 302mila euro, arriva da Prato.

Il bicchiere mezzo vuoto. L'altra faccia della medaglia è che spesso non si tratta di un'adesione spontanea alle regole, ma di un costo d'impresa che si accetta di pagare perché ora conviene farlo. Senza dimenticare che a quasi trenta mesi dall'avvio dei controlli, nello scorso mese di gennaio a Prato il 57,3% delle imprese ispezionate non era in regola. Insomma, l'impressione è che basti alzare un attimo il piede dall'acceleratore dei controlli per assistere al ritorno delle vecchie abitudini. Per questo al termine del Piano straordinario lavoro sicuro, il 31 marzo, inizierà una nuova fase fino al 31 marzo 2019 nella quale si conta di controllare altre 5.469 imprese.

Una valanga di reati. L'accelerazione dei controlli decisa dopo la strage della Teresa Moda si è tradotta in una valanga di procedimenti penali, derivanti dalle ispezioni, che si sono abbattuti soprattutto sulla Procura di Prato. C'è un prima e un dopo. Negli anni "normali" (2012 e 2013) la Procura ha gestito rispettivamente 427 e 299 fascicoli in materia di sicurezza sul lavoro. Ma già alla fine del 2014 erano diventati 915 e sono esplosi a 1.790 nel 2015 e 1.494 nel 2016. In altre parole, in quel biennio il carico di lavoro è più che quintuplicato. Anche perché l'anomalia pratese consiste nel fatto che qui nel 72% dei casi le verifiche si sono tradotte in procedimenti penali, mentre a Firenze e Pistoia questa percentuale si dimezza al 37,4% e al 31,1%.

Il ruolo dei professionisti italiani. Gli imprenditori cinesi hanno ben chiara una cosa: quando si tratta di aprire una confezione bisogna fare una ditta individuale, a prescindere dalle dimensioni dell'azienda. Sono stati i commercialisti e i consulenti del lavoro italiani, certo non tutti ma molti, a metterli su questa strada. Perché la ditta individuale spesso è intestata a un prestanome e il colletto bianco italiano rimane l'unico garante della corrispondenza tra chi risulta formalmente padrone e chi padrone lo è di fatto. Superfluo aggiungere che il prestanome, pagato poche migliaia di euro all'anno, è un comodo scudo per schivare Inps, Inail e Agenzia delle entrate.

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Le possibili soluzioni. Il procuratore Nicolosi e il sostituto Gestri, parlando davanti alla commissione parlamentare, hanno anche provato a suggerire una modifica legislativa per potenziare l'azione di contrasto dei reati in materia di infortuni sul lavoro. Secondo i magistrati il Parlamento dovrebbe inserire gli articoli 437 e 451 del Codice penale, vale a dire l'omissione dolosa e colposa delle cautele anti-infortunistiche, tra i "reati presupposto" della legge sulla cosiddetta "responsabilità degli enti", una norma del 2001. In altre parole si propone di inserire questi reati tra quelli che consentono di rivalersi economicamente sull'azienda che non rispetta le regole. Attualmente tra i "reati presupposto" ci sono le lesioni e l'omicidio colposo ma non i comportamenti che producono queste conseguenze. L'inserimento di questi due articoli consentirebbe, per esempio, i sequestri finalizzati alla confisca, un deterrente che potrebbe convincere gli imprenditori sleali a piegarsi alle regole accettando anche obtorto collo un altro "costo d'impresa".

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