Proteste
Perché il distretto non esiste più
di Fabio Bracci* Sono passati alcuni giorni dal convegno svoltosi presso il Museo del Tessuto alla presenza del segretario generale della Cgil Susanna Camusso. Dato che le parole pronunciate da...
di Fabio Bracci*
Sono passati alcuni giorni dal convegno svoltosi presso il Museo del Tessuto alla presenza del segretario generale della Cgil Susanna Camusso. Dato che le parole pronunciate da Camusso ("Il distretto non è più sufficiente a rappresentare l'identità della città") hanno generato riflessioni rilevanti sul futuro del contesto locale, ritengo opportuno intervenire nel dibattito per chiarire meglio il mio pensiero. Chi era presente al Museo del Tessuto ha forse avuto modo di comprendere, anche grazie agli interventi dei relatori, il significato del titolo dell'iniziativa ("Oltre il distretto"). Per coloro che non erano presenti, o che non hanno avuto modo di leggere il libro che ho curato e che presenta lo stesso titolo dell'iniziativa, può essere utile chiarire alcuni punti.
Quando si parla di "distretto" non ci si riferisce esclusivamente ad un modello produttivo. Per Giacomo Becattini la peculiarità del modello pratese è sempre consistita nella strettissima relazione tra i fenomeni sociali e culturali e quelli economico-produttivi. Ciò spiega perché il distretto inteso in quest'accezione è divenuto nel corso del tempo il tratto identificativo non soltanto del sistema economico locale, ma anche dell'identità cittadina.
La combinazione di fattori che ha generato quell'idea di "distretto" non esiste più. Nei primi dieci anni del nuovo secolo il tessile pratese ha visto dimezzarsi l'export, il numero degli addetti e delle imprese attive. Ma il problema non sta solo nei numeri, ed è del tutto evidente che il pezzo di manifatturiero che ha resistito e si mantiene ancora oggi vitale rappresenta una risorsa importante. Il problema vero è che la componente manifatturiera 'sopravvissuta' non è più l'espressione di un sistema. I destini delle imprese pratesi si sono sganciati dai fattori sociali e culturali locali: la ricchezza che pure si continua a produrre risulta molto più concentrata e meno diffusa di quanto avvenisse in passato.
Qui entra in gioco la riflessione sulla politica locale. Negli ultimi tre decenni partiti e associazioni di categoria hanno assimilato e riprodotto un modello di relazioni di tipo concertativo: agli attori economici spettava la gestione autonoma delle dinamiche di mercato, alla politica la fornitura dei beni di supporto al sistema produttivo (infrastrutture, welfare locale). Questo modello non tiene più, per due motivi. Il primo è che la capacità di rappresentanza di partiti e categorie non è più la stessa di qualche decennio fa. Il secondo è che sembra essere scomparso l'oggetto stesso della negoziazione. Dietro all'affermazione rituale riguardante le "prospettive di rilancio" del distretto (una promessa che non potrà mai essere mantenuta, se concepita avendo in mente i livelli occupazionali del passato) non s'intravedono orizzonti strategici chiari.Dentro questo ragionamento va collocata anche la riflessione sulla presenza cinese, che non è un'escrescenza anomala rispetto alle caratteristiche storiche del modello produttivo locale. Le imprese cinesi s'insediarono a Prato perché una parte degli im. prenditori locali cominciarono a servirsene per ridurre i costi di produzione (in una piccola nicchia di attività periferica rispetto al 'cuore' tessile tradizionale). I conflitti sono nati quando una parte delle imprese cinesi è riuscita a rendersi autonoma da quegli stessi committenti. Sarebbe importante lasciarci definitivamente alle spalle il clima di accuse e sospetti che appesantisce da anni la discussione su questo tema. A questo fine sarebbe utile completare il lavoro di mappatura della filiera realizzato dalla Camera di Commercio nel biennio 2014/2015. La mappatura dovrebbe focalizzare l'attenzione sui rapporti esistenti tra le aziende a conduzione cinese e le altre componenti della filiera.
Partiamo da qui. Perché se il manifatturiero c'è ancora, il "distretto" nelle sue forme tradizionali non tornerà. Guardare "oltre" - a nuovi attori, e a nuovi scenari - sarebbe un segno di lungimiranza, prim'ancora che un impegno doveroso verso la città.
* Autore del libro “Oltre il distretto. Prato
e l’immigrazione cinese”
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