Gioco
«Quando la grande crisi travolse aziende e persone»
Dopo aver trascorso una vita dentro il sindacato ora è andata in pensione: «Ho visto perdere posti di lavoro a frotte, fallimenti, gente non pagata. E' stata una tragedia per la città»
PRATO.Ha visto migliaia di lavoratori con in mano una lettera di licenziamento. Ha sentito i loro sfoghi e ha visto le loro vite andare in frantumi. Li ha visti all'angolo coi pugni chiusi e poi - troppo raramente - con la forza di un aeroplano prendere in mano la loro vita e trascinarla in salvo, come direbbe Jovanotti. Annarosa Stefani si può dire che la crisi l'ha guardata negli occhi. Aveva appena fatto in tempo a entrare come funzionaria nella Filtea, il sindacato dei tessili della Cgil, che il mondo del lavoro a Prato è entrato nel tunnel più lungo mai visto. Ora Stefani, 57 anni, è andata in pensione e quando l'ha fatto ha pianto. Non perché non fosse contenta dopo quasi 42 anni di lavoro ma perché togliersi di dosso tutte quelle storie, ormai la sua storia, non è stato facile.
«La crisi - commenta Stefani - è stata tristissima. L'ho vissuta a contatto diretto con i lavoratori, ho visto perdere posti di lavoro a flotte. Due, tre riduzioni a settimana. Fallimenti, gente non pagata. E' stato un dramma. Un'emorragia continua. E' stato penoso perché conosci le persone e per te non sono numeri. Perdere il posto posso dire sia una delle cose più drammatiche. Ti svuota dentro».
Stefani, com'è arrivata al sindacato?
«Ero dipendente della Superal e sono stata delegata sindacale in azienda per tanti anni. Ero quasi sempre stata nel direttivo della Cgil e poi in segreteria della Filcams come lavoratrice della produzione. Venivo dal Pci, ero stata nei Giovani Comunisti. Per me l'impegno in politica e nel sindacato faceva parte della vita. Ho cominciato a lavorare in una tipografiaa 14 anni, fu mia madre a chiedere al titolare di prendermi a lavorare, da apprendista. In casa mia nessuno era comunista e non c'erano stati partigiani. Non sapevo neppure cosa fosse il sindacato. Eppure era istintivo per me, ma non solo per me, chi fosse il padrone e chi il dipendente. Non perché fosse cattivo ma perché eravamo due cose diverse. Lo capivo quando mi diceva: "Più veloce" oppure "Annarosa, c'è da pulire il bagno". Dopo un mese che ero lì capii che eravamo due cose differenti. Mia madre poi mi mandò a una gita col Comune e lì conobbi dei ragazzi di Democrazia proletaria. Tornai e mi iscrissi alla Figc. Quando mia madre tornò dal titolare anziano dopo un po' di tempo a chiedere se andava tutto bene, lui le disse: "Bene va bene. E' brava però bisogna che glielo dica: "Quando fa festa dal lavoro sua figlia va in via Frascati…" . Quante battaglie ho fatto in casa". Poi entrai alla Superal e all'epoca, entrai quando aprì Pratilia, era come essere assunti alla Fiat».
Un lavoro molto diverso il suo rispetto a quello degli operai tessili che ha conosciuto una volta arrivata alla Filtea.
«Sono arrivata nei tessili nel 2001. Il mio posto di lavoro era sempre stato nei supermercati: c'erano stipendi più alti, un'apertura continua nei negozi. Usava dire "Possono chiudere le fabbriche ma i supermercati non chiuderanno mai, mangiare si deve mangiare". Avevamo la contrattazione interna e il sindacato era molto presente anche nella gestione dell'organizzazione del lavoro. Quando fui assunta era una bellezza. Il sabato si chiudeva a metà giornata. Da giugno a settembre si chiudeva tutto il giorno e ci facevano fare le ferie quando volevamo tanto prendevano le sostituzioni. In inverno invece era chiuso il lunedì mattina. E l'orario continuato non esisteva. Di cose ne sono proprio cambiate. Quando invece arrivai a confrontarmi con i lavoratori tessili non credevo ai miei occhi. Nonostante fossi pratese, mio padre aveva avuto uno scatolificio, ne ero sempre stata fuori. Non sapevo niente di come funzionasse e mi faceva addirittura rabbia sentir parlare sempre e solo del tessile. "E noi?" Mi veniva da dire riferendomi ai dipendenti del commercio alle riunioni della Cgil».
Quindi la conoscenza con il Tessile. Con la T maiuscola all'epoca.
«Da una parte fu come imparare a conoscere la storia di Prato, tornare alle mie radici. Ma ne ero davvero allucinata. Al supermercato la pausa - i 20 minuti - guai a chi ce la toccava. Gli operai tessili invece se la sputtanavano in cambio della maggiorazione e poi mangiavano un panino alla macchina. Stai a mangiare il panino alla macchina? Chiedevo esterefatta. Poi ho capito le motivazioni».
Com'è cambiato il ruolo del sindacato rispetto ai primi tempi in cui è entrata?
«Sono cambiato tante cose anche contro la nostra volontà. Cambiate le leggi, il mondo del lavoro e tanti diritti sono stati calpestati. La crisi poi ha fatto sì che si aprisse un vortice che ha dato possibilità di agire a chi voleva approfittarne. Non è facile difendere persone che devono lavorare a tutti i costi e non possono reagire. E' difficile anche se a Prato il sindacato tessile aveva una storia di contrattazione e si era stati precursori di tanti diritti che ci sono ancora adesso. Poi con la crisi è cominciata, fino al 2007-2008, una tragedia vera».
Quali sono i ricordi più forti di quel periodo?
«Ricordo quando chiuse la Manifattura tessile di Comeana. Era una fabbrica a ciclo continuo con 70 persone che furono licenziate senza aprire la procedura di mobilità. L'aprimmo d'ufficio grazie alla collaborazione con la Provincia che è sempre stata un punto di riferimento importante. Lì perse la vita un lavoratore, suicidò. Non ce la fece ad accettare quello che gli accadde. E' stato il primo ma non l'unico, purtroppo. Se il lavoro c'è si riesce a gestire la condizione sociale, il gruppo aiuta e se si individua la persona più fragile si riesce ad aiutarla. Invece l'assenza di nuovi posti di lavoro ha reso impossibile tutto questo».
Qual è la situazione di oggi a Prato?
«Prato rispecchia il livello nazionale: la politica non c'è o ce n'è troppo poca. I valori che avevi un tempo non ci sono più. Un tempo la distinzione era chiara tra lavoratori e imprenditori: era chiaro che c'erano due esigenze diverse che potevano stare insieme ma anche no. E tutti sapevamo da che parte stare. Poi è arrivato il berlusconismo ed è cominciato un periodo di confusione. Non voglio dire che era meglio prima ma oggi c'è sicuramente più opportunismo. Da questa grande crisi c'è chi ha cercato di approfittarne. Non tutto sono uguali per carità: ho visto imprenditori distrutti, imprenditori piangere nelle riduzioni o nelle chiusure. Guai fare di tutta l'erba un fascio. Ma c'è stato anche chi poteva rispettare i propri lavoratori e non l'ha fatto. Oggi vedo una città in cui mancata l'intraprendenza, la voglia di mettersi in gioco, la voglia di rischiare e di ricreare qualcosa non solo per se stessi. Molti, troppi, hanno messo la marcia indietro. I soldi non sono stati reinvestiti in qualcosa che potesse dare un senso a questa città. Ci sono state egoistiche, fin troppo e il cacio vinto quasi mai è stato rigiocato. Invece visto che non lo facciamo mai voglio riconoscere un buon lavoro al sindacato.
La Filctem è stato un sindacato pragmatico che i problemi li ha anticipati e fatto analisi giuste prima che le cose succedessero. Ha lavorato per mantenere le lavorazioni ancora in vita. E se ancora c'è produzione e il tessile è vivo (perché è vivo e non è morto) abbiamo una parte del merito. Abbiamo avuto ragione e siamo riusciti a creare strumenti che hanno tenuto in piedi questa città: una per tutte la cassa integrazione straordinaria e la cassa in deroga».
Quindi vede una città radicalmente cambiata?
«Sono cambiati anche i dipendenti e gli operai. Prato era una città ricca. Si facevano le ferie lunghe, si andava via durante l'anno. Si poteva far studiare i figli. Tutti avevano case proprie. E con la possibilità di comprare case anche per i figli. Poi ho visto le persone dover vendere le case, tornare a vivere coi genitori. Ho visto persone che per far continuare gli studi ai figli non ci si rifacevano i denti. Qui c'erano fabbriche con famiglie intere nella stessa fabbrica. Famiglie intere che si sono ritrovate dall'oggi al domani senza stipendio. E' stata una bomba. E questo qualcosa ha prodotto: si ricomincia a vedere le differenze. Perché si è capito che quando ci sono le crisi non siamo tutti uguali, chi è più povero paga.
E' molto pessimista. Non vede un buon futuro per questa città?
«Io penso ci siano delle speranze anche se c'è tanto da fare ancora. Le istituzioni le vedo un po' ferme. E le associazioni di categoria bisognerebbe si muovessero un po' di più».
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