Gioco
«Un cappotto costa un mese di stipendio ma ci tolgono i diritti»
La rabbia dei lavoratori del tessile e dell’abbigliamento Domenico: «Altro che corteo, dovremmo bloccare il Paese»
FIRENZE. Se prendi 1.200 euro al mese o giù di lì e con quelli, spesso solo quelli, tiri avanti la tua famiglia sei arrabbiato. E non accetti che si minacci di toglierti altri diritti. Lavori molto, guadagni poco, rischi da un giorno all’altro di ritrovarti senza uno stipendio ma vedi che stoffe e filati che tu tingi, fili, cardi, rocchi, rifinisci diventano un cappotto. E quel cappotto costa come tutto il tuo stipendio di un mese, spesso anche di più. E’ per questo motivo che migliaia di lavoratori del settore tessile hanno sfidato una pioggia battente e il vento freddo per sfilare in corteo lungo le strade di Firenze. Ieri era sciopero della categoria, il secondo nelle ultime settimane ma anche il secondo degli ultimi venti anni. A Prato il settore coinvolge 10.000 addetti. «Le richieste degli industriali - commenta Domenico Broccolo, operaio - è un insulto. Una vergogna. Proposte come quelle che ci stanno facendo, riduzione dei diritti e praticamente nessun aumento, non dovrebbero neppure essere consentite e anziché in corteo a Firenze dovremmo bloccare il Paese. In questi anni abbiamo sempre firmato i contratti senza scioperi ma adesso basta, così è troppo». Gli fa eco Michele Finoia, anche lui operaio in una rifinizione, alle Nuove Fibre. «Non vogliono rinnovarci il contratto e ci propongono cose assurde. Con quello che ci chiedono si tornerebbe 50 anni indietro con i diritti».
Illuminato Barreca non ha dubbi: dobbiamo farci sentire. «E’ importante - dice - per dare un futuro ai nostri figli. Se molliamo adesso per mia figlia, che oggi ha 18 anni, che domani ci sarà? Dobbiamo essere in grado di tutelare anche loro, di permettergli un domani migliore».
Maria Savini lavora in tintoria. E’ una donna minuta ma combattiva. Lavora a Lineapiù da oltre trenta anni. Si trova bene ma il suo compagno ha perso il lavoro e i suoi figli, due ventenni, sono precari. «Lavoro anche dieci ore al giorno. Un lavoro da uomo e faticoso. Non ci possono chiedere di lavorare senza dare a noi la parte che ci spetta».
Il contratto, in questo settore, è un tema sentito tanto da smuovere molti lavoratori. A Prato del resto hanno visto con la crisi erodere i loro stipendi. E tutti i premi che gli operai avevano ottenuto se li è mangiati la crisi. E’ rimasto il contratto. E quello sono pronti a difenderlo coi denti.
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