Il Tirreno

Prato

Sei anni sono troppi per arrivare alla verità

di Paolo Nencioni

Tre anni per arrivare al rinvio a giudizio, altrettanti per il dibattimento. La tragedia del sottopasso di via Ciulli avrebbe meritato tempi più celeri

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PRATO. Se il sottopasso sbarrato dalle recinzioni non stesse lì a fare da monito, molti faticherebbero a ricordare la tragedia di via Ciulli, perché sei anni sono francamente troppi per arrivare a una sentenza di primo grado. Ne sono passati tre prima che venisse celebrata l’udienza preliminare e altri tre è durato il dibattimento (anche perché a processo quasi concluso il giudice Monica Magi dovette abbandonarlo per problemi di incompatibilità, essendo difesa in un altro procedimento da uno dei difensori degli imputati).

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E se è vero che purtroppo non capita di rado che passino così tanti anni per arrivare a una sentenza nelle nostre aule di tribunale perennemente in affanno, è anche vero che l’importanza di questo processo avrebbe dovuto consigliare o imporre una maggiore urgenza negli atti d’indagine e nella celebrazione delle udienze. Il procuratore capo Giuseppe Nicolosi non è d’accordo, dice che secondo lui il processo è stato abbastanza veloce, ma lui stesso ammette che la prescrizione incombe se il termine dovesse essere di sette anni e sei mesi.

Il problema forse è che rispetto al clamore suscitato dall’altra grande tragedia con vittime cinesi accaduta a Prato, l’incendio della confezione Teresa Moda, i riflettori su via Ciulli si sono spenti molto prima. E i due processi per i sette morti di via Toscana del 2013 sono finiti ben prima del processo per i tre morti di via Ciulli del 2010. Il cambio del giudice in corsa non può spiegare da solo la differenza, che semmai si spiega con la complessità dell’argomento e con la quantità delle perizie tecniche. Detto questo, è lecito aspettarsi che la verità processuale, quale che sia, venga stabilita in tempi più rapidi.

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