Sicurezza
Le confezioni ora parlano pachistano
Stanno imparando a cucire gli abiti: trovati i primi operai in nero. Tra gli addetti ai lavori si parla anche di aziende-fantasma
PRATO. Prima c'erano i pratesi. Poi il settore è passato in mano ai cinesi. E adesso una nuova comunità si sta affacciando nel settore della confezione: quella dei pachistani. Il fenomeno è recente e per il momento i numeri sono assolutamente ininfluenti ma agli addetti ai lavori non hanno dubbi: esistono numerose aziende, cinesi perlopiù, che utilizzano la manodopera pachistana per cucire ma anche come gestori di aziende “fantasma” . Ditte che non risultano ma che sarebbero molto apprezzate dai committenti cinesi dal momento che la manodopera è più lenta rispetto a quella orientale ma molto più precisa nel lavoro. In base alle testimonianze raccolte tra chi frequenta le ditte cinesi infatti ci sono a Prato dei magazzini di pochi metri quadrati che la notte si popolano di operai e si cuce. All'esterno non risulta niente ma sono delle vere e proprie confezioni con tutti i lavoratori del Pakistan che la mattina tornano nelle loro case dopo aver consegnato la merce finita ai committenti. Ed è qui che i nuovi “datori di lavoro” sarebbero stati visti. L'obiettivo è quello di cominciare a maneggiare un mestiere per poi mettersi in regola e in proprio.
I pachistani del resto, da sempre, sono attivi nel tessile e chi con la crisi non ha deciso di lasciare il distretto (molti una volta ottenuta la cittadinanza sono emigrati, in particolare in Gran Bretagna) si sta riciclando imparando a cucire abiti. I contatti tra le comunità cinese e pachistana del resto si sono creati negli anni precedenti quando gli orientali hanno preso a rilevare stamperie e stirerie dove già, come dipendenti dei pratesi, lavoravano i pachistani.
Allo stato attuale parliamo di aziende fantasma che lavorano per quella realtà del distretto parallelo che lavora a prezzi bassissimi e che è lontana dal mondo, sempre delle confezioni cinesi, che sta puntando a mettersi in regola per uscire allo scoperto e che sta trattando i nuovi edifici in costruzione nel Macrolotto 2. E' quel sottobosco, che abbiamo imparato a conoscere attraverso il processo del rogo alla Teresa Moda e che popola il Macrolotto Zero, a ridosso del centro storico, e la zona industriale di Iolo.
Alla Camera di commercio al momento risulta una sola azienda di confezione attiva con titolare originario del Pakistan (e una nel settore tessile) su un totale di 206 aziende di cui 85 nelle costruzioni e 42 nel commercio ma, se anche la realtà fosse particolarmente sviluppata, ancora non potremmo vedere i dati. Dalle indagini fatte a scopo statistico (per gli alimentari) risulta infatti che dal punto di vista del rispetto delle regole la comunità pachistana ha maggiori difficoltà ad uscire allo scoperto.
A confermare invece la presenza di rappresentanti della comunità pachistana nelle confezioni è la direzione provinciale del lavoro. «Nei controlli che abbiamo effettuato nelle aziende cinesi - spiega il direttore Stefano Olivieri Pennesi - abbiamo cominciato a trovare da qualche mese lavoratori stranieri. In particolare nelle stirerie si sono trovati ghanesi e sudanesi. Mentre nelle confezioni abbiamo registrato la presenza di bengalesi e pachistani. Per il momento i numeri sono piccoli ma sono molto significativi: sono un primo segnale che qualcosa sta cambiando nel settore e in quelle realtà in cui si rispettano meno le regole».
Ilenia Reali
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