Il Tirreno

Prato

Falda inquinata da un solvente: "Attenzione all'acqua dei pozzi"

di Barbara Burzi
La mappa della concentrazione del percloroetilene nella zona di Capezzana
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La mappa della concentrazione del percloroetilene nella zona di Capezzana

L’allarme del direttore di Arpat Andrea Poggi sul percloroetilene: "Analisi preliminari prima di berla o usarla nei campi". Da un’indagine risulta un livello di inquinamento diffuso con punte a Capezzana, San Giusto e Grignano

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PRATO. Il pericolo si chiama percloroetilene ed è presente in maniera diffusa nella nostra falda. Si tratta di un solvente utilizzato nel tessile, soprattutto da lavanderie industriali e artigianali. L'inquinamento delle acque sotterranee è sempre stato segnalato come un problema e ricondotto a diverse cause, tra cui possibili sversamenti abusivi, ma non è questo che ha fatto scattare l'allarme. Durante l'ultimo monitoraggio idrico di Arpat, sono state individuate zone in cui l'inquinamento appare più pronunciato e in continua crescita. Segno evidente che non si tratta di un'eredità del passato, ma della presenza di fonti di contaminazione tuttora attive.
Da qui l'esigenza di un'analisi più approfondita - l'indagine è iniziata nel 2014 - i cui risultati, quelli disponibili, sono contenuti nel rapporto pubblicato nei giorni scorsi da Arpat sui "lavori di definizione di un possibile valore di fondo per la contaminazione diffusa da composti organo alogenati per i corpi idrici della pianura fiorentina e pratese".

Il monito. In attesa di ulteriori dati, il direttore dell'Agenzia regionale per la protezione ambientale della Toscana Andrea Poggi, lancia un appello ai cittadini: «Attenzione all'acqua dei pozzi». «L'utilizzo di acqua di pozzo richiede, prima dell'assunzione come acqua da bere, delle analisi preliminari di potabilità (sia batteriologiche che chimiche, ndr) - spiega - ma alla luce delle ultime scoperte, occorrerà fare una valutazione anche sull'uso dell'acqua di pozzo per l'irrigazione dei campi di ortaggi. I dati che abbiamo sono ancora troppo frammentari per pronunciarsi».

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Allarme inquinamento. Dagli anni Novanta emerge una consistente presenza di percloretilene nella falda acquifera. Un problema annoso, che però comincia ad assumere contorni preoccupanti. «C'è un livello di inquinamento diffuso, pari a 13 microgrammi al litro, sotto il quale non si scende mai (la soglia massima delle acque destinate alla potabilizzazione è 10 microgrammi al litro ndr) - afferma Poggi - tuttavia, esso non presenta caratteristiche tipiche e non è uniforme, né nel tempo né nello spazio. Nell'indagine abbiamo riscontrato, a sorpresa, zone di inquinamento pronunciato, i cui livelli sono cresciuti negli anni e sono tuttora in aumento: se fossero cessati o si trattasse di un'eredità del passato le concentrazioni sarebbero rimaste stazionarie».
Questo però non significa automaticamente che sia dovuto a sversamenti abusivi. Secondo Poggi, le cause del problema, possono essere diverse: sversamento di morchie di lavanderie smaltite in maniera non adeguata; dispersione diffusa proveniente da reti fognarie; fatti accidentali, come, ad esempio, la rottura di una cisterna o l'innalzamento della falda. Quest'ultima, riguarda Prato in modo particolare. «Il percloroetilene è una sostanza che aderisce al terreno formando delle sacche residuali, dove rimane, finché la falda risalendo non le incontra provocando il loro scioglimento nell'acqua - spiega il direttore di Arpat - in pratica è come se ci fossero dei serbatoi in grado di contaminare la falda a lungo nel tempo; questo, spiegherebbe l'aumentare dei livelli di concentrazione».

La mappa. Dai primi risultati della ricerca condotta sul territorio provinciale, Arpat è arrivata all'elaborazione di una mappa virtuale che individua nelle aree di Capezzana e di San Giusto/Grignano i punti critici della falda, dove i livelli di inquinamento da percloroetilene superano i 250 microgrammi al litro. «I livelli rilevati in queste aree sono alti e gli incrementi consistenti - prosegue Poggi - da qui la necessità di fare degli approfondimenti per verificare che non ci siano sversamenti in atto. L'obiettivo è di circoscrivere le aree e individuare eventuali fonti di contaminazione».

L'appello. Per continuare a svolgere l'analisi delle acque sotterranee, occorre sfruttare i pozzi esistenti. «Finora ne abbiamo verificati dieci», riferisce Poggi. «Ma per acquisire nuovi elementi e completare il lavoro, dobbiamo trovare il modo di effettuare ulteriori indagini nelle zone ad alta concentrazione di inquinamento», continua invitando i privati a farsi avanti: «Siamo disponibili a effettuare prelievi e analisi da pozzi di privati cittadini».
 

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