Sicurezza
Falsi permessi, gli arrestati non rispondono al giudice
L’avvocato difensore del cinese Zhong critico sulle misure di custodia «I poliziotti indagati a gennaio furono messi ai domiciliari, due pesi e due misure»
PRATO. Com’era prevedibile, hanno fatto scena muta davanti al giudice i tre arrestati nell’ambito dell’inchiesta sui falsi permessi di soggiorno che ipotizza l’esistenza di un’associazione a delinquere finalizzata a falsificare documenti per la concessione del rinnovo a soggetti, tutti cinesi, che in realtà non avrebbero avuto i requisiti. Sia il ragioniere Filippo Rosini, in carcere a Prato, che il commercialista Alberto Robbi, recluso a Verona, che il socio di Robbi Zhong Rongchang (alla Dogaia) si sono avvalsi della facoltà di non rispondere nel corso dell’interrogatorio di garanzia, che a Verona è stato condotto per rogatoria, mentre a Prato se n’è occupata il giudice per le indagini preliminari.
Gli avvocati difensori degli arrestati, come è prassi in questi casi, vogliono prendersi il tempo di esaminare le carte scoperte dalla Procura prima di presentare un’eventuale istanza al Tribunale del Riesame oppure consigliare i loro assistiti di rispondere alle domande dei sostituti procuratori Antonio Sangermano e Lorenzo Gestri, titolari delle indagini.
L’avvocato Tiziano Veltri, che difende Zhong Rongchang e la moglie (agli arresti domiciliari), in attesa di definire la sua strategia si concede intanto una riflessione critica sull’entità delle misure di custodia. «Non capisco perché i due poliziotti accusati di reati molto simili a gennaio (nel loro caso si ipotizzava la corruzione per aver accettato denaro in cambio del rilascio di permessi a chi non ne aveva i requisiti, ndr) siano stati messi agli arresti domiciliari - ragiona Veltri - e invece il mio assistito Zhong insieme ai due professionisti italiani sia stato messo in carcere. Par di capire che il giudice ha temuto che, se messi ai domiciliari, avrebbero potuto continuare a dare disposizioni ai loro uffici, che sono rimasti aperti. Ma mi risulta che anche la Questura sia rimasta aperta dopo l’arresto dei due poliziotti. Io dico: o tutti in galera o tutti a casa, non si devono fare due pesi e due misure».
Tiziano Veltri assiste anche il pachistano Tariq Sikander, indagato e principale teste d’accusa nell’inchiesta sul caporalato che ha portato agli arresti domiciliari di alcuni membri della famiglia Coli di Tavarnelle Val di Pesa. «Anche lui è finito subito in carcere - ricorda Veltri - mentre gli imprenditori italiani sono stati messi agli arresti domiciliari. Poi Sikander è stato scarcerato perché ha iniziato a collaborare, ma anche in quel caso per condotte simili ci sono stati due trattamenti diversi».
Da lunedì inizieranno gli interrogatori degli indagati nell’inchiesta sui permessi che ora sono agli arresti domiciliari. (p.n.)
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