Il Tirreno

Prato

Controlli insufficienti: ecco l’anello debole di uno Stato impotente

di Paolo Nencioni
Controlli insufficienti: ecco l’anello debole di uno Stato impotente

L’enorme mole di pratiche non consente verifiche sostanziali sulle pratiche di rinnovo del permesso di soggiorno. E qualcuno ne approfitta

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PRATO. Quando all’ufficio immigrazione della Questura di Prato arriva una delle migliaia di pratiche per il rinnovo del permesso di soggiorno di uno straniero (10.684 nel solo 2015, di cui 9.174 di cittadini cinesi) uno dei quattro o cinque poliziotti allo sportello non controlla se quello che c’è scritto sui documenti presentati corrisponde al vero, ma si limita a una verifica formale sulla correttezza delle carte. È questo l’anello debole che ha consentito per anni (e forse consentirà in futuro) a professionisti senza scrupoli di indurre lo Stato a rilasciare permessi di soggiorno a chi non ne avrebbe diritto, come ipotizza l’inchiesta dei sostituti Lorenzo Gestri e Antonio Sangermano sui “colletti bianchi”, che ha portato mercoledì 16 novembre a 15 arresti.

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I controlli. In Questura fanno quello che possono con le forze che hanno. Lo stesso dirigente dell’ufficio immigrazione ammette che “l’enorme mole di lavoro” non gli consente “di effettuare accertamenti più approfonditi”, e il gip Isidori sottolinea nell’ordinanza di custodia che «nessun particolare accorgimento risulta essere stato adottato dai professionisti per evitare controlli sostanziali». Poi, certo, ci sono i controlli del “back office” sui casi sospetti e le segnalazioni della Squadra interforze dopo le ispezioni nelle confezioni, ma le verifiche a campione sono pochissime rispetto alle pratiche che arrivano. Ecco perché la fabbrica dei falsi permessi continua a prosperare arricchendo chi, come gli studi Rosini e Robbi, ha conquistato una sorta di monopolio nella comunità cinese di Prato (i magistrati calcolano che il solo Rosini abbia curato una pratica cinese su cinque, 2.087 imprese negli ultimi nove anni). Ed è per questo che, come ha accertato la Finanza, molti cinesi che vivono e lavorano altrove vengono a Prato a rinnovare il permesso.

Stato impotente. Lo Stato è pressoché impotente di fronte alla valanga di carte che piovono ogni giorno in Questura e la stessa Agenzia delle entrate viene tagliata fuori dalla tradizionale mortalità delle aziende cinesi, quasi tutte ditte individuali i cui beni sono difficilmente “aggredibili”. Negli ultimi dieci anni a Prato ne sono cessate 5.620 e di queste solo 2.929 hanno superato i tre anni di vita. Delle 1.630 chiuse entro i due anni l’erario non ha fatto in tempo nemmeno a sapere dell’esistenza. È qui che si annida l’evasione fiscale, perché è chiaro che dietro ai falsi permessi c’è sempre la volontà di non pagare tasse e contributi. Gli operai cinesi che fanno carte false non sono disoccupati, continuano a lavorare al nero, le buste paga fasulle servono solo nel periodo del rinnovo del permesso. Se non ci fosse l’evasione fiscale, non ci sarebbe bisogno di fare carte false.

Arrivano i cinesi. Ora nel business dei permessi sono entrati gli stessi cinesi. Non l’arrestato Zhong Rongchang che risulta socio di Alberto Robbi pur essendo un sottoposto, ma studi di consulenza e centri elaborazione dati fatti di soli cinesi (questo non significa che adottino gli stessi metodi).

I primi sospetti. Dall’ordinanza di custodia dell’operazione “Colletti bianchi” si scopre che i primi sospetti sulle attività dello studio Robbi erano emersi già nel novembre 2011, quando una fonte confidenziale ben introdotta nella comunità cinese parlò di presunte pratiche illecite e di numerosi annunci scritti in cinese che promettevano quel servizio “tutto compreso” poi scoperto dai finanzieri. Un’assistenza che, si legge ancora nell’ordinanza, arrivava a consigliare un certo posto a Firenze dove era possibile acquistare per 400 euro un certificato che attestasse la conoscenza dell’italiano (per chi voleva ottenere la ben più ambita carta di soggiorno).

Il fatturato. La Finanza calcola a spanne che, considerando le pratiche per 7.500 cinesi, il fatturato (non tutto illecito ovviamente) degli studi Rosini e Robbi possa essere compreso tra i 4 e i 5 milioni di euro.

Gli interrogatori. Intanto proseguono gli accertamenti dei magistrati. Giovedì 17 in Procura si sono presentati spontaneamente due degli indagati non raggiunti da misure di custodia, che sono stati interrogati dal sostituto Lorenzo Gestri. Venerdì 18 il gip ha interrogato in carcere Filippo Rosini e Zhong Rongchang, mentre a Verona sarà interrogato Alberto Robbi. Tutti si sono avvalsi della facoltà di non rispondere. Da lunedì 21 toccherà ai dodici (tre impiegate italiane e 9 cinesi) che sono agli arresti domiciliari. Gli studi di Filippo Rosini e Alberto Robbi sono ancora in attività, pur con personale forzatamente ridotto.

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