Il Tirreno

Prato

Il disagio in centro «A spacciare sono sempre gli stessi»

di Ilenia Reali
Il disagio in centro «A spacciare sono sempre gli stessi»

Per i residenti e i commercianti il disagio è dato dal senso di impunità Ma avvertono: «Stiamo attenti a non fare di tutta l’erba un fascio»

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PRATO. «Ormai quando li incontri in centro, alti, robusti e con la pelle color dell’ebano non riesci e non avere paura. Magari non fanno nulla e sono dei bravi ragazzi ma la sensazione, purtroppo, è quella». Lucia Di Molfetta abita nella frazione di Iolo e in centro viene spesso. Almeno una volta a settimana. Prima che faccia buio però torna a casa per «essere al sicuro». Lo ammette con imbarazzo ma, di fatto, non fa altro che esprimere quella che è un’opinione dominante a Prato.

Lo spaccio c’è. Capita spesso, non solo alle Iene, di veder passare di mano, della droga. Chi riesce a non fare di tutta l’erba un fascio è minoranza e molti collegano tutti i nigeriani alla criminalità. Uno stato d’animo diffusissimo, quello della signora Lucia che si è formato anno dopo anno con la crescita di una comunità poco integrata (e quindi poco conosciuta) in una ristretta zona del centro storico e che rende più difficile delineare i veri contorni della criminalità.

Per Margherita e Lucia, studentesse non ancora diciottenni, con il passare dei mesi qualcosa è cambiato. «Dopo la prima trasmissione delle Iene effettivamente non si vedeva più nessuno. Poi pian piano sono tornati. E si è avuto la sensazione che tutto fosse come prima e che quindi, passare di qui la sera, fosse pericoloso».

Un cambiamento che cerca di analizzare Patrizia Ferraboschi, titolare del pastificio gastronomia di piazzetta Lippi. Anni di lavoro e di presidio di quella zona alle spalle.

«E’ vero - commenta - c’è stato un momento, che possiamo collegare alla prima trasmissione delle Iene, in cui c’era la sensazione di un gran fermento. Controlli continui di tutte le forze dell’ordine, iniziative dei vari comitati del centro, eventi che si susseguivano con lo scopo di riprendersi pezzetti di territorio. Furono chiusi locali mal frequentati. Credo che in realtà in quella fase ci fu però solo una riorganizzazione della criminalità con il trasferimento da un luogo all’altro».

Da via Cironi a piazza San Marco, da via Tintori a piazza Sant’Agostino, dalla Stazione del Serraglio a quella Centrale.

«Poi con la fine dell’estate e con un paio di mesi in cui si è abbassato la guardia tutto è tornato come prima. E, la cosa che fa più male, è che si tratta sempre degli stessi. Con quell’atteggiamento arrogante dato dall’impunità. Perché devo dirlo, magari manca un progetto ben definito e complessivo, ma gli arresti si sono visti. Peccato che la sensazione è quella di non riuscire a risolvere la situazione».

Che è ben più complicata, almeno nell’analisi, di quanto si è visto in televisione. «Ho 49 anni e da quando ne ho 16 sono in questa macelleria», racconta Franchino Medico dalla vetrina che affaccia su piazza Duomo. «E non c’è mai stato un momento in cui in questa zona non si spacciasse droga. Cambiava solo il luogo di nascita degli spacciatori. Non credo quindi che si possa risolvere nulla. C’è da stare attenti invece a non aver paura di chi è nato in un luogo diverso dal nostro. A prescindere. Quand’ero giovane si sentivano dire le stesse cose di quelli che erano arrivati qui dal sud Italia». E pur vero però che al di là della complessità del fenomeno, il centro storico non è quello che molti pratesi vorrebbero.

«E’ degradato - è il parere di Maggie Corti - e spesso non è ben frequentato. Vorrei che fosse più vissuto dalle famiglie e che la sera si potesse venire tranquillamente. Cosa che invece non accade. Solo eliminando la criminalità riusciremmo a renderlo migliore».

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