Il Tirreno

Prato

È morto Gori il “Baffo” dei cenci

di Francesca Gori*
È morto Gori il “Baffo” dei cenci

Giuseppe, 73 anni, era uno degli ultimi cenciaioli di Prato Il ritratto del suo mondo nell’articolo della figlia Francesca

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PRATO. Se n'è andato lunedì sera, uno degli ultimi cenciaioli di Prato. Giuseppe Gori, 73 anni, è morto nella sua casa di Iolo, ucciso da un male incurabile che in pochi mesi gli ha spento il sorriso e le parole sulle labbra. È morto a Iolo, il paese nel quale ha vissuto tutta la sua vita, tra quelle strade che univano casa, magazzino e casa del popolo. Quelle strade dove, a camminarle negli anni passati, si sentiva l'odore dei cenci. Iolo, ma anche Livorno, dove sono state ormeggiate le Maristella che nel corso degli anni hanno avuto il numero 1, 2, 3 accanto al nome, o in Sicilia, dove le sue origini affondavano in quel mare che bagna Terrasini e la Praiola, la spiaggia che con i suoi faraglioni vedeva dalla porta di casa.

Giuseppe Gori aveva 73 anni ed era uno degli ultimi cenciaioli rimasti a Prato. In pensione da 18 anni, quel mestiere che aveva imparato da piccino è stato sempre la cifra distintiva della sua vita. Era malato da tempo, anche se fino alla fine aveva cercato di dissimulare e allontanare lo spettro di quello che gli stava succedendo. Padre di due figlie, Ilaria (tecnico di radiologia all'ospedale di Careggi) e Francesca, giornalista, Giuseppe aveva cominciato a sfoderare le saie da bambino. Aveva appena 9 anni quando si è trovato davanti agli occhi il primo collo di cenci. “Tutto il mondo finisce a Prato”, diceva sempre, citando le pagine dei “Maledetti toscani”, di Curzio Malaparte, scrittore amato perché raccontava un mondo vicinissimo al suo. Un mondo fatto di cenci e della vastità del mare. Un mondo che non ha mai lasciato, nemmeno dopo la pensione. Le dita trasformate in artigli, a furia di sfoderare, l'Ms appesa alle labbra, la polvere addosso. Chi ha fatto questo lavoro per una volta, non se lo toglie più da dosso.

C'era il lavoro, la famiglia, gli amici e c'era il mare, nella sua vita. Lo chiamavano “Baffo” di soprannome, gli amici di Iolo. E in quel paese a sud di Prato lui era arrivato ad appena tre mesi, dopo che suo madre Vita aveva deciso di andare a partorirlo a Partinico, in provincia di Palermo. Da piccino era stato affidato alle suore perché Vitina lavorava in fabbrica e Guerrino, suo padre, il mattonaio, era uno dei fondatori della fornace di San Giorgio a Colonica. Finite le elementari e messi da parte i libri erano cominciati gli anni nel magazzino, gli anni passati tra colli e filetti, tra presse e carbonizzi, la notte. Non sono mai state celebrità i cenciaioli di prato. Eppure sono stati quelli che hanno reso possibile, primo anello di una catena, il sogno di un distretto. Giuseppe era questo ed era anche molto altro. Appassionato di judo, di mare, di pattinaggio, di pugilato e di cavalli. Amico di tutti, polemico e rompicoglioni come solo le persone che hanno vissuto minuto dopo minuto la loro vita sanno fare. Ma la sua immagine è comunque pur sempre quella del cenciaiolo seduto a guanciale in mezzo ai colli: a dividere il giallo dal rossino, a selezionare. Giuseppe è stato ucciso da una malattia che in pochi mesi lo ha portato via. Di lui resta il ricordo, nitido, la bellezza e il video realizzato da Tommaso Santi per lo spettacolo "Stracci" realizzato con il Kulturificio 7 e portato in scena in un altro magazzino. Quello dell'amico Giovanni Masi. Spettacolo che Giuseppe guardò con le lacrime agli occhi e la certezza di un mondo che ormai era finito e non sarebbe più tornato. Il funerale sarà celebrato stamani nella chiesa di San Pietro a Iolo alle 9,30.

*Francesca, giornalista del Tirreno, è la figlia di Giuseppe

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