Toscana
Rottura sul contratto dei tessili La “colpa” è della deflazione
Gli industriali sostengono che a causa del calo del costo della vita hanno pagato stipendi troppo alti e ora non vogliono mettere altri soldi: «Dal 2015 un esborso ingiustificato di 70 euro lordi al mese»
PRATO. Molto difficilmente il contratto nazionale del settore tessile abbigliamento, scaduto alla fine di marzo, verrà rinnovato prima della fine dell’anno. Al termine di un incontro che si è svolto venerdì a Milano tra Sistema Moda Italiana (gli industriali) e i sindacati Femca-Cisl, Filctem-Cgil e Uiltec-Uil, c’è stata di fatto la rottura della trattativa e si preannunciano scioperi (i sindacati hanno già pronto un pacchetto nazionale di 4 ore e un altro locale di 4 ore). La questione riguarda migliaia di lavoratori nel distretto tessile pratese.
Uno dei motivi di scontro è l’inflazione. Fin dal 1993, infatti, il modello contrattuale è basato sull’inflazione attesa. In altre parole, se prevedo che l’inflazione aumenterà del 2% farò in modo di adeguare proporzionalmente lo stipendio. Adesso però i datori di lavoro sembrano averci ripensato, perché ora l’inflazione anziché salire, stagna o scende.
«La situazione di deflazione che ha caratterizzato gli anni di vigenza del precedente contratto nazionale - si legge in un comunicato di Sistema Moda Italia - ha comportato un forte scostamento tra gli indici inflattivi di previsione sui quali si era calcolato l'incremento dei minimi retributivi rispetto al valore effettivo degli stessi indici calcolato a consuntivo. Tale scostamento ha comportato un esborso non giustificato a carico delle aziende ed in favore dei lavoratori mediamente pari a 70 euro lordi mensili, che le aziende stanno già erogando dal 2015 e che continueranno ad erogare per il futuro».
Insomma, secondo gli industriali, i lavoratori ci hanno guadagnato 70 euro al mese e ora i datori di lavoro non sono disposti a mettere altri soldi: «Non sussiste, presumibilmente per un lungo periodo dato il perdurante andamento negativo dell'inflazione - scrivono - la necessità di un adeguamento dei salari al potere d'acquisto».
Ecco dunque le proposte degli industriali:
1.Conferma del ruolo tradizionale del Contratto nazionale per riallineare le retribuzioni contrattuali all'inflazione.
2.Disponibilità a definire una modalità di recupero nel corso della vigenza contrattuale del potere d'acquisto dei salari, con adeguamento periodico dei minimi retributivi all'andamento dell'inflazione effettivamente realizzata.
3.Dinamica retributiva "reale", cioè la crescita virtuosa delle retribuzioni in quanto legata alla produttività, affidata alla contrattazione di 2° livello.
4.Dove non si fa la contrattazione aziendale: massima disponibilità ad una revisione anche significativa dell'Elemento di Garanzia Retributiva annuale (oggi pari a 200 euro).
A Prato questo premio è già superiore ai 200 euro annuali, e dunque questo quarto punto non ha un grande significato.
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