La protesta
Pecci in progress, «Non siamo perfetti ma miglioreremo»
Il direttore del museo Fabio Cavallucci spiega le dieci principali opere della mostra "La fine del mondo" - Video
PRATO. Sì, non è perfetto, non è compiuto, ma il nuovo Pecci, l’astronave della contemporaneità, è l’opera, dal punto di vista architettonico e per la qualità della mostra che l’ha inaugurato, “La fine del mondo”, in grado di diventare “la cifra” di una città post industriale che stenta a trovare una nuova specificità.
«Vorrei precisare che la parte aperta al pubblico è finita - spiega il direttore del museo e curatore dell’esposizione Fabio Cavallucci - Certo, qualcosa da ultimare resta soprattutto nella parte esterna del museo, ma non è di competenza del Museo ma del Comune. Avevamo però preso un impegno forte con la città e con il pubblico che segue l’arte contemporanea e sarebbe stata una mancanza di rispetto rinviare l’apertura del centro e l’inaugurazione della mostra. Sono convinto che sia più importante aver mantenuto le promesse che attendere di sistemare tutti i dettagli della struttura».
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Spazi transennati all’esterno perché i lavori proseguono, l’erba sui prati che circondano l’area della piazza cresce a fatica, la collinetta che separa il centro dalla Declassata è brulla, e ristorante e bar, per altro finiti, apriranno al pubblico martedì 25 ottobre, nove giorni dopo l’inaugurazione. All’interno, al piano terreno manca l’indicazione dell’area toilette e alcuni “segnali”, per esempio le frecce che indicano la zona del “nuovo cinema Pecci” sono su semplici fogli di carta.
Un po’ di approssimazione, non trova direttore?
«La fine del mondo è anche questo» risponde scherzando Cavallucci che torna serio quando è il momento di spiegare senso e anima di una mostra complessa composta da 50 installazioni, alcune stupefacenti altre di grande impatto emotivo, tutte ancorate a un titolo «che non vuole avere un significato catastrofico o apocalittico - dice Cavallucci - ma il senso di un viaggio a bordo di una navicella spaziale, quella ideata dall’architetto Nio, appunto, che ci porti subito ad alcune migliaia di anni luce da ora e da lì, da quella distanza abissale, rivedere il nostro presente come qualcosa che appartiene alle lunghe ere geologiche della storia della terra e dell’umanità. Quindi il riferimento non è ai fatti pur drammatici di questi tempi e penso alle guerre all’esodo dei migranti, al terrorismo ma a una visione distaccata della nostra realtà, un punto dal quale ripartire con un pensiero più profondo, pacato, senza necessariamente legami con il contingente».
Una mostra comunque non semplice, allestita però in maniera non didattica, senza pannelli esplicativi, con etichette minuscole sulle quali si legge solo l’autore, il titolo dell’opera e la provenienza. In questo modo non si rischia di lasciare solo il visitatore?
«È vero, ma stiamo provvedendo. Nei prossimi giorni arriveranno i pannelli sui quali verrà spiegata la mostra, il suo percorso, il senso delle opere e tutto ciò che occorre sapere. In questo siamo un po’ in ritardo ma non c’è alcuna intenzione di creare un percorso espositivo per delle èlite di intenditori. È altrettanto vero, però, che le opere dovrebbero parlare a chi le guarda, il pubblico dovrebbe lasciarsi trasportare, trovare in solitudine suggestioni e significati».
Dopo il grande afflusso dell’inaugurazione le presenze come vanno?
«Abbiamo circa 150 visitatori al giorno e nel weekend il flusso aumenta (ieri di nuovo file all’ingresso tanto che è stato necessario aumentare il personale in biglietteria, complessivamente sono stati staccati 900 biglietti fino alle 21 ndr). Tra un paio di mesi potremo tirare le somme, ora mi pare troppo presto».
Nel complesso è soddisfatto, direttore?
«Io non mi accontento mai».
IL DIRETTORE FABIO CAVALLUCCI SPIEGA LE 10 PRINCIPALI OPERE DELLA "FINE DEL MONDO"
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