Il Tirreno

Prato

l’inchiesta sul caporalato

C’era una “talpa” che rendeva inutili i controlli nei campi

C’era una “talpa” che rendeva inutili i controlli nei campi

PRATO. Se l’inchiesta dei sostituti Antonio Sangermano e Laura Canovai sul caporalato dei pachistani pratesi impiegati nelle vigne del Chianti andrà in porto, sarà per la Procura un doppio risultato...

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PRATO. Se l’inchiesta dei sostituti Antonio Sangermano e Laura Canovai sul caporalato dei pachistani pratesi impiegati nelle vigne del Chianti andrà in porto, sarà per la Procura un doppio risultato perché, lo si capisce dalle carte del procedimento, gli inquirenti hanno dovuto superare più di un ostacolo.

Secondo quanto dichiara il 10 giugno nel corso di un interrogatorio Eleonora Grechi, dipendente della Coli Spa di Tavarnelle Val di Pesa, i cui amministratori Giacomo, Filippo e Giampiero Coli sono ora agli arresti domiciliari, c’è il fondato sospetto che ci fosse una “talpa” che avvertiva i Coli dei controlli sulla manodopera. In almeno due occasioni Giacomo Coli e un suo collaboratore avvertono la Grechi di un imminente controllo, ordinandole di mandare via dai campi i lavoratori impiegati al nero dal “caporale” Tariq Sikander.

Lo stesso Sikander, caporale pentito, in un interrogatorio del 1° luglio afferma di aver ricevuto da Giacomo e Filippo Coli ingenti somme di denaro (fino a 60.000 euro) da tenere nascosti in casa per essere poi restituiti: secondo Sikander servivano a pagare tra gli altri il maresciallo dei carabinieri Alberto Migone (ora non più in servizio, lui stesso proprietario di un’azienda agricola nel Senese) «che provvedeva per conto dei Coli ad acquistare vino nel Sud Italia». È un’altra delle accuse: l’adulterazione del Chianti prodotto dalla Coli Spa. Il maresciallo sarebbe stato presente anche all’incontro in cui i Coli tentano di intimidire il testimone Sikander promettendogli 200.000 euro oltre a 205.000 euro di crediti non riscossi.

Tra le carte in mano alla Procura ce n’è un’altra di un certo peso. Sono le dichiarazioni del 14 e 16 maggio del commercialista di Sikander, Paolo Baldi, secondo il quale Giacomo Coli aveva un accordo economico col pachistano in base al quale gli pagava 9 euro per ogni ora di lavoro, ma all’operaio ne arrivavano tra 4 e 6. Baldi sostiene di aver indirizzato fin dal 2011 Sikander a un suo collega, Alessandro Magni, «quando l’indagato gli si era rivolto perché necessitava di qualcuno che lo aiutasse a gestire la contabilità (illegale, ndr)».

Paolo Nencioni

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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